Shane Hollander, canadese, e Ilya Rozanov, russo, sono due campioni dell’hockey. Sul ghiaccio sono avversari feroci, simboli di un agonismo ipermaschile. Fuori, costruiscono una relazione che deve restare segreta per non compromettere carriere, contratti e immagine pubblica. Dietro l’odio apparente, tra messaggi inviati di nascosto tra una gara e l’altra, si cela una passione destinata a diventare vero amore. Loro sono i protagonisti della serie del momento Heated Rivalry.
«Non mi aspettavo che potesse diventare un fenomeno sociale». Casey Bloys, capo di HBO negli Stati Uniti, riassume così il successo inatteso. In Italia arriverà a febbraio, ma in Canada e negli USA è già un caso mediatico. Negli Stati Uniti ha superato i 600 milioni di minuti visti in neanche un mese; in Canada, nei primi giorni di programmazione, la piattaforma Crave ha registrato un aumento degli abbonamenti del 400%, confermando la serie per almeno altre due stagioni.
Il successo di Heated Rivalry non si spiega solo con la storia d’amore. A scatenare l’hype è soprattutto l’ambientazione sportiva, un mondo in cui l’omosessualità resta ancora invisibile. In Italia il fandom (comunità di fan appassionati di una serie o di un personaggio) si è formato prima ancora dell’uscita ufficiale. Scorrendo TikTok, X e Instagram è facile imbattersi in clip virali: baci nascosti, sguardi trattenuti, corpi muscolosi e scene erotiche. Anche in Russia, dove la rappresentazione LGBTQ+ nei media è limitata, la serie viene vista di nascosto e commentata sottotraccia.
«Il sesso è il modo in cui ti catturano, e poi alla fine ti spezzano davvero il cuore», ha spiegato François Arnaud, tra i protagonisti della serie: anche il suo personaggio, Scott Hunter, rivelerà di essere gay. «Siamo stanchi di uomini emotivamente indisponibili. Vedere persone che si aprono davvero in TV è raro. Ed è tempo di storie così».
Rhik Samadder, sul The Guardian, ha scritto che Heated Rivalry è «così sexy da rischiare di sciogliere il ghiaccio su cui pattina». Nei sei episodi la tensione sportiva tra i due rivali si alterna a quella sessuale, consumata di nascosto nelle camere d’albergo. L’erotismo non è solo uno strumento di attrazione, ma il modo più diretto per raccontare un’intimità che entra in conflitto con lo stereotipo dell’atleta: forte, vincente, emotivamente impermeabile.

Non è un caso che Heated Rivalry sia ambientata nell’hockey, uno degli sport che più di altri continua a incarnare un’idea di mascolinità fisica e aggressiva. In una scena chiave, Scott Hunter porta il suo compagno sul ghiaccio durante la celebrazione di una vittoria e lo bacia davanti a migliaia di spettatori. «Non è qualcosa che si vede tutti i giorni», commenta un telecronista in sottofondo. Ma nella realtà della NHL, la lega nordamericana di hockey su ghiaccio, non esistono oggi giocatori apertamente gay o bisessuali in attività. L’unica eccezione recente riguarda le leghe minori: Luke Prokop si è dichiarato nel 2021, spiegando di voler «giocare senza preoccuparsi di chi sa e di chi non sa».
Negli ultimi anni la rappresentazione di storie e personaggi LGBTQ+ nelle serie tv è cresciuta in modo costante. Secondo i report annuali di GLAAD, organizzazione che monitora la rappresentazione della sessualità nei media, le storie queer hanno raggiunto grande visibilità, soprattutto nelle produzioni rivolte a un pubblico giovane e globale. Serie come Heartstopper, Élite o Sex Education hanno dimostrato quanto questo tipo di racconto sia efficace, anche in termini di attenzione e partecipazione sui social.

Molte produzioni mainstream sono però accusate di queerbaiting: alludere a trame queer senza mai renderle davvero esplicite. L’obiettivo? Attrarre pubblico senza assumersi fino in fondo il rischio di una presa di posizione chiara. Heated Rivalry, al contrario, funziona perché mostra una relazione esplicita e racconta il peso psicologico di essere una persona queer in un ambiente di norma eterosessuale come quello sportivo.
Hudson Williams, l’attore che interpreta Shane, ha raccontato in diverse interviste di aver ricevuto messaggi privati da atleti professionisti non dichiarati pubblicamente. Nel 2025, su oltre 4mila giocatori delle principali leghe maschili statunitensi (NFL, NBA, MLB, NHL, MLS), nessuno si dichiara apertamente gay o bisessuale. Un dato che spiega quanto il coming out resti complesso e può costare tantissimo. Uscire allo scoperto significa mettere a rischio contratti e rapporti con compagni di squadra, dirigenti e tifosi.
L’accettazione nell’ambiente sportivo resta complessa. Lo dimostrano i casi di calciatori della Premier League che hanno rifiutato di indossare la fascia arcobaleno e i continui insulti omofobi, come quelli che hanno colpito il calciatore del Celta Vigo Borja Iglesias, noto per le sue battaglie contro l’omofobia. Molti atleti, per questo, scelgono di dichiararsi solo dopo il ritiro. Altri provano ad affrontare il sistema. Negli ultimi anni alcuni sportivi di discipline individuali hanno fatto coming out. Qui l’esposizione mediatica e la dipendenza dal gruppo sono minori.

Negli sport di squadra, invece, è più difficile. In Italia lo ha fatto nel 2023 Jakub Jankto, allora al Cagliari, dichiarandosi gay con un video pubblicato sui social. Come ha raccontato a Cronache di Spogliatoio, quel coming out non è stato il risultato di una scelta meditata, ma la risposta a voci insistenti sulla sua sessualità. Il vero ostacolo non è stato lo spogliatoio, ma media, tifosi e social, dove Jankto è stato bersaglio di insulti omofobi. «Ho passato due mesi molto difficili, poi però mi sono sentito finalmente più libero» , ha dichiarato il calciatore ceco. Il suo gesto è stato subito definito storico e, proprio per questo, è rimasto isolato.
Se le serie tv raccontano storie sempre più esplicite e inclusive, lo sport reale resta un ambiente ostile al coming out. «Nessuno deve saperlo», dice Shane ad Ilya all’inizio della serie: una frase che appartiene ancora a troppi atleti reali. La loro storia racconta qualcosa che lo sport non è ancora pronto ad accettare.