Esclusiva

Gennaio 20 2026
Project Dust – La via della sabbia
Lorenzo Barone sfida l’Atlantico in barca a remi

Da un mese naviga da solo, nel mezzo dell’oceano. Il 27enne ternano tenta un’impresa mai realizzata prima: attraversare senza mezzi a motore gli ecosistemi più estremi del pianeta

La piccola barca a remi di Lorenzo Barone scivola su e giù tra le onde, seguendo il ritmo imprevedibile dell’Oceano Atlantico. Niente motore, niente pilota automatico, niente Internet. Si è imbarcato il 19 dicembre da Nouadhibou, in Mauritania. «Ancora vedo le luci all’orizzonte e questi sono gli ultimi attimi in cui ho ancora connessione», scrive in un post su Facebook il giorno prima di partire. L’unico modo per seguire in tempo reale la sua rotta è tramite il segnale GPS disponibile sul suo sito, dove ora Lorenzo appare come un minuscolo triangolo blu nel bel mezzo dell’Atlantico.

È questa per lui la tappa più difficile e al tempo stesso stimolante di Project DUST – La via della sabbia. Un’impresa che nessun essere umano ha mai tentato prima: attraversare interamente e consecutivamente «a propulsione umana» quattro tra gli ecosistemi più grandi e ostili del pianeta – Sahara, Atlantico, Amazzonia e Ande – seguendo l’invisibile rotta delle polveri che dal deserto africano arrivano a fertilizzare la foresta amazzonica.

Classe ’97, originario del piccolo borgo umbro di San Gemini, Lorenzo ha già collezionato oltre 100 mila chilometri in bicicletta, percorsi tra deserti di sabbia e neve, steppe, savane, montagne e paesi in guerra. In questa sfida monumentale c’è anche l’anima di Davide Barbè, genovese del ’96 e gestore del Rifugio Parco dell’Antola. «Seguivo le avventure di Lorenzo da quando viaggiava con le taniche tagliate al posto delle borse», racconta Davide. «Ci siamo conosciuti quando stavo organizzando la Traversata Ligure e da lì è nata un’amicizia vera. Quando mi ha proposto il Ciad, è stato impossibile per me rifiutare».

È proprio da lì che Project Dust ha avuto inizio. «A giugno ci siamo immersi nella Depressione di Bodelé per esplorare il bacino dell’ex lago Mega-Chad e raccogliere un primo campione di diatomee, le alghe fossili che il vento solleva fino al Sud America», racconta l’esploratore genovese. Lorenzo e Davide partono nel periodo più caldo dell’anno: il sole è altissimo, l’aria è immobile e senza il respiro del mare il termometro tocca i 50 gradi. Insieme attraversano il Sahel e arrivano nel cuore del Sahara. «Quando smetti di vedere qualsiasi sagoma all’orizzonte, la sensazione è proprio di essere ai confini del mondo», spiega Davide. «Se prima cercavi su Internet “Depressione di Bodelé”, trovavi solo fredde immagini satellitari. Adesso, tra quei risultati, ci sono anche le foto che abbiamo scattato noi».

Project Dust – La via della sabbia <br> Lorenzo Barone sfida l’Atlantico in barca a remi
Lorenzo Barone e Davide Barbè in Ciad

Proprio in quel bacino di polvere bianca, l’avventura sfiora un punto di non ritorno. Davide, a causa di una forte febbre, deve fermarsi, lasciando che l’amico prosegua in solitaria. Il 19 giugno, nel picco del calore sahariano, scatta l’SOS: «Lorenzo era rimasto senza acqua, in condizioni fisiche critiche». Davide, che si trova in un piccolo villaggio vicino, chiede aiuto a un abitante del luogo che lo accompagna con la sua macchina. «Per fare 10 chilometri ci abbiamo messo due ore. La sabbia era finissima, sembrava borotalco, e inghiottiva le ruote. Abbiamo spaccato il parabrezza e bucato le gomme». Quando Davide arriva nel punto esatto segnato dal GPS, vede Lorenzo accovacciato dietro una roccia, con un telo in testa per ripararsi dal sole. «Ha fatto solo quattro passi, ma ho capito che era veramente al limite. Però, anche dopo tre giorni passati in quell’inferno, era lucido».

Project Dust – La via della sabbia <br> Lorenzo Barone sfida l’Atlantico in barca a remi
Lorenzo Barone e Davide Barbè in Ciad

Ora Lorenzo si è lasciato il deserto alle spalle per affrontare l’oceano, ma non è solo. «A seguire la sua rotta ora siamo io, sua moglie Aigul e un altro suo caro amico», spiega Davide. «Siamo la sua torre di controllo terrestre: gli inviamo previsioni meteo, dati sui venti e sulle onde. Lui riceve tutto sul suo dispositivo Garmin. Ha anche un telefono satellitare che suo padre lo ha obbligato a portare, ma non lo voleva e lo ha usato pochissimo».

Nonostante la velocità incredibile con cui sta remando – potrebbe arrivare in Guyana Francese molto prima del previsto – la sfida per lui è soprattutto mentale. «La scorsa settimana ha avuto un crollo. Vivere in pochi metri quadrati lo sta soffocando, non riesce a fare nemmeno tre passi e la claustrofobia si fa sentire. Per 60 ore non ha mangiato quasi nulla se non un po’ di miele a causa del mal di mare. Penso che stia spingendo così forte per tornare a terra il prima possibile».

L’oceano però è solo un ponte. Una volta approdato, il viaggio proseguirà verso il cuore dell’Amazzonia e infine sulle vette delle Ande, completando la via della sabbia. «Project DUST lo ha acceso perché ha un’anima scientifica», continua Davide. «L’idea che qualcosa nato in un angolo di deserto attraversi il mondo per essere utile a un ecosistema lontanissimo è incredibile. Questa interconnessione globale, ambientale e sociale, gli ha dato la forza di fare qualcosa di veramente fuori dal comune».

L’ultima volta che Davide ha visto Lorenzo è in un video girato sulla sua barca, poco prima di salpare. «Secondo te ce la faccio?» gli domanda al telefono. «Il tono con cui me l’ha chiesto mi ha spaventato», spiega Davide. «Ma io gli ho risposto che ero sicuro di sì».