Un suv anonimo, a motore spento. I federali attendono nell’auto, che staziona nel parcheggio di un complesso residenziale a Woodburn, Oregon. Sono poliziotti dell’Immigration Custom Enforcement (ICE), l’autorità che arresta e deporta i migranti. Gli agenti prendono d’assalto un furgone, rompono il finestrino, forzano la portiera. Afferrano l’obiettivo, una donna di quarantacinque anni, e la trascinano fuori dal veicolo.
Sotto giuramento JB racconta che la squadra conosceva in anticipo i movimenti del bersaglio; si sono appostati dopo aver scoperto il suo indirizzo di casa: «Una delle nostre app si chiama Elite. Ti dice quante persone vivono in un’area e qual è la probabilità che siano effettivamente lì. É praticamente una mappa degli Stati Uniti. Funziona un po’ come Google Maps». L’interfaccia ricorda un servizio di navigazione ma serve a rintracciare gli immigrati irregolari.
404 media (testata investigativa statunitense) ha rivelato che l’ICE usa questo programma per pianificare le retate. Si chiama “Elite” e in base alla ricostruzione del sito nel suo sviluppo sarebbe coinvolta anche Palantir: start-up lanciata da Peter Thiel (il cofondatore di PayPal) nel 2003, a distanza di ventitré anni è diventata una corporazione che capitalizza in borsa 400 miliardi e lavora a stretto contatto con i piani alti dell’apparato federale, al crocevia tra difesa, Big Data e intelligenza artificiale. L’azienda collabora con il Dipartimento della Sicurezza Interna – che controlla l’Ice – dal 2011, condividendo piattaforme, know-how e tecnologia. Nei documenti ottenuti da 404 media non è specificato quale società abbia creato il software ma la dicitura Elite compare, riporta l’organo d’informazione, in un contratto da 29,9 milioni di dollari con Palantir.
L’inchiesta si basa su un manuale d’uso interno, atti di procurement (documenti di spesa pubblica) e testimonianze rese da un ufficiale dell’autorità – per l’appunto, “JB” – nell’ambito di un procedimento in Oregon, che è nato dall’azione legale avviata dalla quaranticinquenne arrestata. Elite incrocia diverse sorgenti, ricavando gli indirizzi da banche dati federali (come l’archivio del Dipartimento della Salute o dell’agenzia Servizi di Cittadinanza e Immigrazione degli Stati Uniti). Lo ha testimoniato anche JB di fronte alla giuria: «attinge da ogni tipo di fonte». L’applicazione valuta ciascuna informazione, verificandone l’affidabilità (ad esempio, a partire dalla sua recenza). Poi le assegna un punteggio: «Se la probabilità che vivano davvero lì è del 10% non ci vai».
Il funzionario punta il cursore su Detroit, Miami o qualsiasi città degli Stati Uniti, dalle megalopoli ai borghi di provincia. Quando consulta la mappa può filtrare la ricerca per categorie e delineare il perimetro dell’area che vuole monitorare: l’algoritmo restituisce una lista di profili collegati al quartiere selezionato. In concreto, persone “potenzialmente deportabili” (enforcement targets), associate a vie e indirizzi dentro la zona evidenziata con il mouse. Sullo schermo compaiono i soggetti attenzionati; per ognuno, un dossier da scartabellare con nome, foto, data di nascita, “alien number” (il codice identificativo assegnato agli immigrati), indirizzo e stima d’affidabilità. Elite permette anche di effettuare ricerche in blocco, accorpando oltre cinquanta profili.
L’amministrazione Trump ha dotato l’Ice di nuovi strumenti: da software di riconoscimento facciale – come “Clearview AI”, una piattaforma di biometria e analisi dei social – a chatbot basati sull’IA che setacciano forum e gruppi Facebook a caccia di obiettivi. Gli investimenti del governo in tecnologie di sorveglianza agitano il dibattito interno, con associazioni che avvertono sulle potenziali ricadute per le libertà costituzionali. Zeta Luiss ha contattato l’Electronic Frontier Foundation, un’Ong internazionale che si occupa di diritti digitali:
«Grazie a un budget notevolmente ampliato l’Ice ha dato il via a una vera e propria corsa agli acquisti, creando uno dei sistemi di sorveglianza interna più grandi e completi della storia. Nel 2025 ha stipulato contratti per un totale di decine di milioni di dollari con diverse aziende private per la sorveglianza della posizione, dei social media, dei volti, lo spyware e la sorveglianza telefonica. Queste tecnologie sono un fattore chiave che consente all’Ice di violare i diritti umani e le libertà civili».
L’inchiesta si inserisce in un contesto segnato da casi di cronaca che hanno scosso il paese, come l’uccisione di Renee Nicole Good, cittadina statunitense freddata a colpi di pistola il 7 gennaio 2026 da un agente dell’Ice nell’ambito di un blitz a Minneapolis. La vicenda è al centro di analisi e ricostruzioni di segno opposto, con il Dipartimento della Sicurezza Interna che sostiene che il poliziotto abbia agito per legittima difesa e l’opposizione democratica che denuncia gli abusi dell’agenzia sotto l’amministrazione Trump.