Esclusiva

Gennaio 27 2026
Ereditocrazia Italia

La disuguaglianza di ricchezza non è un dettaglio statistico: determina chi può studiare, comprare casa, prendersi un rischio o permettersi di cambiare strada. Le nuove statistiche di Banca d’Italia sui conti distributivi della ricchezza mostrano una struttura stabilmente “a piramide”, in cui il 10% più ricco detiene il 59,9% della ricchezza netta complessiva, mentre la metà più povera ne possiede il 7,4%.

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Secondo l’ultimo rapporto di Oxfam Italia, Ong impegnata nel contrasto alle diseguaglianze, tra il 2010 e il 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% dell’incremento è andato al 5% più ricco, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%.

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Così il tema della disuguaglianza si intreccia con quello del merito. Nell’economia di mercato, reddito e ricchezza vengono spesso trattati non solo come conseguenza dell’impegno, ma anche come sua misura: ciò che hai finisce per essere assunto come il metro di ciò che “meriti”. Eppure una parte rilevante dei risultati economici dipende da fattori che con l’impegno personale hanno poco a che vedere: origine familiare, opportunità iniziali, fortuna, contesto in cui si cresce. Come ricorda il filosofo Michael Sandel, quando attribuiamo il successo solo al merito finiamo per considerare “giuste” anche disuguaglianze che nascono, in larga parte, da circostanze.

Per parlare di disuguaglianze senza restare impigliati in un dibattito troppo articolato, conviene spostare lo sguardo su un tipo di ricchezza che con il merito personale non ha alcun legame: l’eredità. Quando si propone di tassarla, una delle obiezioni ricorrenti è: «Facile chiedere tasse che pagheranno altri». A scardinare questa obiezione è una storia recente, quella di Marlene Engelhorn, erede austriaca che ha affidato a una giuria di cittadini la decisione su come destinare 25 milioni del proprio patrimonio, osservando che è qualcosa che «non si è meritata in alcun modo». Se è difficile definire universalmente che cosa sia merito, è molto più semplice riconoscere che essere figli di milionari non lo è.

Non a caso, The Economist ha dedicato un editoriale al ritorno dell’“ereditocrazia”: società in cui ereditare torna a pesare quanto (o più di) lavorare. In Italia il fenomeno è particolarmente marcato: le stime più recenti indicano che i lasciti ereditari, come quota del reddito nazionale, tra la metà degli anni ’90 e oggi, sono raddoppiati. Se una quota ampia (e crescente) della ricchezza si forma e si trasmette per via familiare, la domanda diventa inevitabile: quanto la tassiamo? Le regole italiane sono tra le più leggere d’Europa: per coniuge e figli c’è una franchigia, cioè una soglia esente da tassazione, di 1 milione di euro per beneficiario; oltre, si applica il 4%. Per fratelli e sorelle la franchigia è di 100 mila euro e l’aliquota è 6%; per gli altri beneficiari si arriva all’8%.

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Non è un dibattito astratto: è una scelta su chi finanzia lo Stato, tanto più in un Paese dove il lavoro è già tra i più tassati d’Europa (cuneo fiscale al 47,1% nel 2024 per un single con salario medio). Un’analisi condotta dagli economisti Salvatore Morelli e Demetrio Guzzardi indica che nel 2024 la ricchezza trasferita in Italia per via ereditaria ha raggiunto circa 243 miliardi di euro, pari al 14% del reddito nazionale. L’aliquota media effettiva — cioè il gettito in rapporto al valore complessivo trasferito — è sotto lo 0,5%, con un gettito attorno a 1 miliardo di euro l’anno. In Francia la stessa imposta vale circa 18 miliardi annui e in Germania e Regno Unito circa 9 miliardi: rispettivamente circa 17 e 8 miliardi in più rispetto all’Italia, senza evidenze di esodi di massa o di effetti macroeconomici rilevanti.

Secondo un rapporto congiunto dei think tank Tortuga e Future Proof Society (FPS), da qui al 2045 il trasferimento intergenerazionale in Italia potrebbe arrivare a circa 6.460 miliardi di euro. A legislazione vigente, il gettito complessivo stimato dall’imposta di successione sarebbe circa 50 miliardi nell’intero periodo (circa 2,4 miliardi l’anno in media). Una riforma con aliquote e soglie più vicine a quelle di Francia, Germania o Regno Unito, afferma il rapporto, potrebbe invece generare almeno 17 miliardi di gettito aggiuntivo nello stesso periodo.

La posta in gioco è limitare la perpetuazione della rendita di nascita e usare parte di quel gettito per rafforzare opportunità concrete: istruzione, servizi e strumenti che allarghino le possibilità di partenza. Farlo significa proteggere i passaggi ordinari con franchigie adeguate e rendere davvero progressivi i grandi lasciti. Il Forum Disuguaglianze e Diversità, coordinato da Fabrizio Barca e Elena Granaglia, rispettivamente dirigente di ricerca della Banca d’Italia e professoressa di scienza delle finanze all’Università Roma Tre, propone un trasferimento uguale per tutti all’ingresso nell’età adulta, accompagnato da un’imposta di successione più progressiva sui grandi patrimoni. L’Italia può scegliere: accettare l’ereditocrazia come destino o trasformare una parte del “grande passaggio” in uguaglianza di opportunità.