Esclusiva

Gennaio 29 2026
«Orgogliosi di questi giovani, ma temiamo la guerra civile»

Conversazione con un padre e un figlio iraniani rifugiati in Italia. Il punto di vista di due differenti generazioni sulle rivolte popolari contro il regime di Khamenei

Arman, nome di fantasia, ha la voce gentile per essere un nemico di Dio. Un mohareb. In Iran, il Paese dov’è nato senza esserci mai vissuto, lo condannerebbero così per la sua voglia di essere libero. La stessa che avevano Rubina Arminiam, Yasin Mirzai e tutti i suoi coetanei ventenni assassinati dal regime di Teheran nelle proteste di piazza del gennaio 2026. La stessa che negli anni ’90 ha spinto suo padre Farid, nome di fantasia, a fuggire «da un inferno senza futuro», prima di trovare asilo in Italia.

«È difficile spiegare quello che ho visto, quello che ho vissuto, a chi è nato in Occidente: svegliarsi nel terrore di non poter formulare un pensiero», racconta Farid. «Non c’era futuro per i giovani in Iran allora e non c’è neanche oggi. Non ne faccio un discorso solo di diritti, ma anche economico, il popolo si è dovuto abituare alla miseria a cui l’ha ridotto una classe dirigente avida. Come potrebbe stupirmi vedere le immagini delle moschee in fiamme, sapendo l’odio che la Repubblica Islamica si è tirata addosso in tutti questi anni? Era l’unica conseguenza possibile».

«Non è la prima volta che le persone scendono in piazza per provare a riprendersi l’Iran. Penso alle manifestazioni del 2019 scoppiate per l’aumento del prezzo della benzina o a quelle del 2022, in risposta all’omicidio di Mahsa Amini». Mentre nomina Amini, altra voce di questa Generazione Z spenta dal regime, morta a vent’anni nelle carceri del Basīj, la polizia religiosa, dopo aver violato la legge sull’obbligo del velo, lo sguardo del padre incrocia quello del figlio.

«Soffro. Mi fa stare male il pensiero che ci sia voluto così tanto tempo per arrivare a una consapevolezza così estesa», dice Arman. «Ma al tempo stesso sono davvero orgoglioso, sono felice di vedere che sono i giovani a provare a cambiare un Paese che per lungo tempo ho smesso di sentire mio, a causa di quello che ha riservato alla mia famiglia. Dalle generazioni precedenti non mi aspettavo molto: chi ha contribuito alla Rivoluzione Islamica del 1979 di sicuro non ha cambiato idea oggi. Non potevano che essere le vittime di quel sistema a volere una svolta».

«Il vero problema, secondo me, è stato quello di non essere riusciti a trovare una guida che convogliasse su di sé lo spirito delle proteste degli ultimi anni. Sono rimasti episodi senza una struttura». Farid annuisce. È l’unico dei due ad avere un ricordo dell’ultimo leader laico in Iran, lo scià Mohammad Reza Pahlavi, padre di quel Reza che dal suo esilio statunitense si candida in maniera sempre più forte a raccogliere l’eventuale eredità dell’ayatollah Khamenei.

«Orgogliosi di questi giovani, ma temiamo la guerra civile»

«È vero che il popolo è stato abbandonato – replica – ma non sono sicuro che il ritorno dello scià sia la soluzione ai problemi dell’Iran. La gente tende a dimenticare. Anche prima del 1979 il Paese aveva seri problemi: penso alle minoranze nel Kurdistan o nell’Azerbaigian persiano e al trattamento repressivo che è stato riservato loro. Ho anche il timore che dietro un’operazione così ben studiata si possa nascondere l’interesse degli Stati Uniti».

E anche quando Arman prova a ricordargli che «la gente di Teheran avrebbe dei motivi validi per accettare un male minore», Farid non ha dubbi. «Trump non ha attaccato il Venezuela per porre fine a una dittatura. Ha attaccato il Venezuela per il suo petrolio. L’Iran è il terzo Stato per riserve petrolifere al mondo. Temo che le bombe non tarderanno a cadere su Teheran. Penso alla Libia, alla Siria. Ho paura che il Paese scivoli in una guerra civile da cui sarà difficile riprendersi».

Perch’i’ no spero di tornar giammai. Poiché io non credo che farò più ritorno. C’è questo verso del poeta duecentesco Guido Cavalcanti nella pausa infinita che Farid fa dopo aver pronunciato l’ultima frase. L’angoscia di chi vorrebbe tornare, ma sa che non potrà farlo. «Ogni volta che ascolto le note di una musica persiana, piango», riesce ad aggiungere. «C’è qualcosa nelle radici che non si può cancellare. Per quanto un luogo che chiami casa può averti fatto male, rimane pur sempre casa».

«Ogni volta che penso alle storie di mio padre sulla sua adolescenza, a mio nonno sulla soglia del suo negozio a Teheran… anche se non ho mai visto niente di tutto questo con i miei occhi, non per scelta mia ma di chi avrebbe voluto impormi idee in cui non potrò mai identificarmi, so che una parte di me è lì», è il controcanto di Arman.

«E anche se ora la paura è grande, per le possibili ripercussioni di un regime che non è ancora caduto o per lo scoppio di una crisi senza ritorno, ho ancora un po’ di speranza che la prima volta in cui vedrò l’Iran, sarà un Iran libero».