Esclusiva

Febbraio 3 2026.
 
Ultimo aggiornamento: Febbraio 4 2026
Il Washington Post nell’era di Bezos

Il giornale affronta perdite economiche e tensioni editoriali, mostrando le difficoltà del giornalismo contemporaneo

La scorsa settimana la redazione del Washington Post, il giornale di Jeff Bezos, è stata colta di sorpresa da una mail della direzione: nessun giornalista sarebbe stato inviato a coprire le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. La decisione ha spiazzato lo staff. Il Post aveva già speso migliaia di dollari per mandare un gruppo di 12 giornalisti. Questo cambiamento di piani è stato il primo segnale di una più grande revisione dei costi che coinvolgerà anche il personale.

Secondo il sito statunitense Deadline, tra i posti di lavoro più a rischio ci sono quelli dei corrispondenti stranieri: «Sappiamo cosa succede quando i giornali tagliano drasticamente le loro sezioni internazionali: perdono copertura e rilevanza», hanno scritto gli inviati in una lettera indirizzata a Bezos. Dopo le reazioni negative, la direzione si è convinta ad inviare una squadra ridotta, quattro giornalisti, alle Olimpiadi, ma l’entità complessiva dei tagli rimane poco chiara.

Nel 2013 Jeff Bezos, fondatore di Amazon, comprò il Washington Post per 250 milioni di dollari. L’idea che uno degli uomini più ricchi del mondo acquistasse un quotidiano in difficoltà fece sperare che la filantropia potesse essere una soluzione. Un mecenate disposto a finanziare i media senza aver bisogno di un guadagno immediato poteva garantire stabilità alle testate in crisi, ma non è andata così.

Negli ultimi due anni, il Washington Post ha subito perdite economiche, riduzioni di personale e scelte editoriali controverse. Le innovazioni portate da Bezos, che aveva investito in tecnologia e abbonamenti digitali, avevano reso il Post un modello virtuoso, ma quel modello si è incrinato.

Durante le elezioni del 2024, Bezos ha bloccato la pubblicazione di un articolo di endorsement, pratica radicata nelle redazioni statunitensi, a favore della candidata democratica e vicepresidente Kamala Harris, sostenendo la necessità di evitare partigianerie e garantire imparzialità al Post. La decisione però è stata vista come un modo per non inimicarsi Donald Trump in caso di vittoria alle presidenziali e salvaguardare i suoi interessi privati. Il risultato? Circa 250mila abbonamenti cancellati in pochi giorni.

«Il punto non è tanto una pressione diretta sul Washington Post», spiega Sergio Splendore, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Milano, «quanto gli interessi di Bezos in altri settori: logistica, energia, data center, contratti governativi». La presenza di Bezos alla cerimonia di insediamento di Trump insieme a Elon Musk, Mark Zuckerberg e altri miliardari del mondo tecnologico, ha alimentato questa idea.

Anche se la linea editoriale del Post non è diventata indulgente con il presidente Usa, questa prudenza strategica mostra la fragilità di un proprietario che ha interessi che non coincidono con quelli di una stampa indipendente. Dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha cercato di piegare le istituzioni democratiche, incluso il mondo dell’informazione. La sua amministrazione ha cercato di influenzare i media ritenuti avversi limitando le credenziali di accesso al Pentagono e alla Casa Bianca, tagliando i fondi federali ai media pubblici o intentando cause legali con basi fragili, come contro il New York Times e il Wall Street Journal.

Su alcuni editori la strategia ha funzionato. Mentre nel 2016, durante il primo mandato di Trump, il Washington Post aveva adottato il motto «Democracy dies in darkness», la democrazia muore nell’oscurità, a inizio 2025 la direzione del giornale sembra aver abbandonato questa scelta battagliera. Poco prima del secondo insediamento, il Post ha dichiarato di avere una nuova missione: «Riveting Storytelling for All of America», storie avvincenti per tutta l’America. Il giornale ha scelto la strada dell’infotainment, un giornalismo capace di intrattenere, sul solco della linea indicata da Will Lewis, Ceo del Post dal 2023. «Con l’arrivo di Lewis si è rafforzata l’idea che il Post non dovesse fare solo news e opinioni, ma anche un giornalismo più dialogante con i social», dice Splendore.

Il problema è che dietro un’intenzione nobile, dare notizie senza partigianerie, c’è la rinuncia all’identità storica del giornale. Una scelta che allontana i lettori, in un contesto in cui la fiducia verso i media tradizionali è già in forte crisi. Il fatto, poi, che la nuova linea si avvicini agli interessi del presidente eletto, pone qualche dubbio sulla buona fede della scelta. A febbraio 2025, Bezos ha inviato una mail in cui annunciava un cambiamento negli editoriali del Washington Post: «Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: libertà individuali e libero mercato», principi cardine delle politiche repubblicane. «Tratteremo anche di altri argomenti, ovviamente, ma i punti di vista contrari a questi pilastri verranno lasciati ad altri», aggiungeva il proprietario di Amazon. Molti giornalisti hanno visto la decisione come un tradimento dell’eredità del giornale e del pluralismo delle opinioni, una frattura che ha portato alle dimissioni del direttore della sezione, David Shipley, e di altri editorialisti.

L’incertezza che sta attraversando il Washington Post è la stessa che sta affrontando il mondo dei media nel suo complesso. Nel nuovo sistema digitale, i giornali tradizionali faticano a raggiungere la piena sostenibilità economica. I rapporti annuali del Reuters Institute, che monitora i cambiamenti nel mondo del giornalismo, parlano di un settore che si sta trasformando, tendenza accelerata dall’arrivo dell’intelligenza artificiale: i rapporti di forza tra editori, piattaforme e big tech si stanno spostando a favore di queste ultime.

Sempre più persone si limitano a guardare le risposte generate dall’AI integrata nei motori di ricerca come Google o a chiedere direttamente a ChatGPT, riducendo il traffico verso i siti d’informazione, fonti originali delle risposte fornite. Meno traffico significa meno pubblicità, meno guadagno e una crescente dipendenza dagli intermediari tecnologici che controllano accesso e visibilità. «Le testate hanno iniziato a fare accordi con aziende come Open AI (ChatGPT) per mettere a disposizione i loro archivi per allenare i modelli di intelligenza artificiale o apparire nei risultati. Altri si ostinano a non farlo, come il New York Times che ha fatto causa a Open AI per aver sfruttato in modo illegale i loro archivi per generare le risposte», spiega Colin Porlezza, professore di giornalismo digitale all’Università della Svizzera italiana: «La dipendenza delle redazioni dalle soluzioni tecnologiche esterne sta crescendo». Gli editori si aspettano che il traffico proveniente dai motori di ricerca si riduca quasi della metà (-43%) nei prossimi tre anni. Le preoccupazioni si concentrano su AI Overviews di Google, che sta aumentando la quota di “ricerche a zero clic”, in cui l’utente non visita alcun sito web e si ferma alla risposta generata dall’intelligenza artificiale. Le aspettative delle redazioni, da questo punto di vista, variano: alcuni ritengono che l’impatto negativo sarà inferiore al 20%, ma i più pessimisti prevedono una perdita superiore al 75% del traffico da ricerca. Tra novembre 2024 e novembre 2025, secondo i dati forniti al Reuters Institute dalla società di analisi Chartbeat, il traffico da Google verso oltre 2.500 siti è diminuito di un terzo a livello globale.

Il Washington Post nell’era di Bezos
Grafico realizzato da Chartbeat per “Journalism and Technology Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute (pag. 11): il traffico da rinvio proveniente da Google

Allo stesso tempo, le piattaforme social stanno diventando i canali più importanti da cui le persone si informano, ma hanno rinunciato ad ogni forma di cura dell’ecosistema informativo: «Negli ultimi anni, le big tech hanno smantellato i sistemi di fact-checking e moderazione dei contenuti. Oggi le piattaforme non guadagnano dall’informazione, ma dall’attenzione e favoriscono tutto ciò che trattiene le persone da loro», dice Splendore.

Il Washington Post nell’era di Bezos
Grafico del Digital News Report 2025 del Reuters Institute (pag. 11): le fonti di notizie negli Usa dal 2013 al 2025

In questo contesto, la distribuzione dell’informazione risulta sempre più concentrata nelle mani delle big tech. I media, tranne pochissime eccezioni, si devono adattare a quanto richiesto dalle piattaforme per non diventare irrilevanti. I social e i sistemi di intelligenza artificiale si alimentano grazie ai siti di news, ma il valore economico che ne deriva raramente torna alle redazioni. È difficile quantificare il guadagno che ne deriva per le big tech, ma chi controlla le piattaforme è in grado di determinare le narrazioni dominanti. Dato ancor più rilevante è che il mondo digitale è soggetto a un monopolio di fatto, in cui compaiono sempre gli stessi nomi: Elon Musk con X e Grok; Mark Zuckerberg alla guida di Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Meta AI); Sam Altman con OpenAI e ChatGPT; Alphabet con Google, YouTube e Gemini; la famiglia Murdoch con Fox, il Wall Street Journal e il New York Post e, infine, Jeff Bezos che possiede il Washington Post, Amazon Prime Video e Twitch.

I media devono pensare a come mantenere, o riguadagnare, la loro rilevanza. Secondo il Reuters Institute, le organizzazioni investiranno in contenuti distintivi, come reportage e storie umane, difficilmente replicabili dall’intelligenza artificiale. Le redazioni potrebbero adottare il linguaggio dei social, avviando collaborazioni con creator e influencer, per raggiungere un pubblico più giovane che si informa principalmente con video brevi.

Il Washington Post nell’era di Bezos
Grafico di “Journalism and Technology Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute (pag. 23): le iniziative delle redazioni nei social media

Non si potrà fare a meno degli abbonamenti, ma anche in questo caso si inizia a pensare a soluzioni innovative: «Grazie all’intelligenza artificiale che può analizzare il modo in cui gli utenti si comportano, le aziende mediatiche potrebbero offrire abbonamenti targetizzati e personalizzati. Funziona molto bene per convertire un utente da non pagante ad abbonato», dice Porlezza. Ma questo stesso sistema, che economicamente potrebbe funzionare, comporta dei rischi in termini democratici: «Portare questa personalizzazione al massimo potrebbe creare delle bolle informative e ridurre la diversità nella dieta mediatica delle persone», un fenomeno che vediamo già con i social media e che polarizza il dibattito pubblico.

Per rimanere rilevanti in futuro, i media dovranno diversificare le loro attività, con eventi dal vivo o branded content, e creare comunità. «Bisogna essere visionari, bisogna ricostruire un rapporto col lettore, ricostruire la comunità e comprendere che una persona che investe con un abbonamento è meglio di dieci che cliccano», dice Splendore. Una sfida non semplice, se si guarda ai dati sulla fiducia nei media tradizionali, stagnanti o in calo. Anche se il valore del marchio editoriale resta un fattore importante, non è più in grado da solo di garantire sostenibilità.

Il caso del Washington Post è emblematico: se anche una testata sostenuta da uno degli uomini più ricchi del mondo fatica a conciliare indipendenza editoriale e sostenibilità economica, il problema non è solo la mancanza di capitale, ma il contesto in cui oggi il giornalismo è costretto a operare.