«Era un quotidiano in opposizione agli schemi classici del giornalismo italiano. Non c’erano le firme. Poche pagine, poche notizie». Giuliano Ferrara, raggiunto al telefono, racconta la necessità in quel periodo di un “secondo giornale”, di un’alternativa ragionata al fiume di notizie dei quotidiani storici.
Parlarne oggi, in un momento in cui il mercato dell’informazione è sovraffollato e le notizie viaggiano più veloci del giornalismo, significa riconoscere un’intuizione. Dopo trent’anni e due rivoluzioni digitali, l’approfondimento e l’analisi restano ancora un vantaggio dei media tradizionali rispetto al flusso dei social. «La priorità doveva essere la posizione del giornale sulla notizia, non il fatto in sé». Non tutte le notizie meritavano un punto di vista e non tutti i punti di vista dovevano diventare notizia, è sempre stato una questione di scelte, non necessariamente coerenti: «Il Foglio non seguiva un’ideologia come altri quotidiani, non c’era nessuna struttura da assecondare. Non abbiamo però mai rifiutato punti di vista forti, che non sono molto frequenti nel giornalismo italiano».
Nel 1996 Internet non era alla portata di tutti. I quotidiani cartacei, insieme alle televisioni, detenevano ancora il controllo dell’informazione. Di lì a qualche anno il web avrebbe monopolizzato la copertura delle notizie e il giornalismo avrebbe conosciuto nuove forme e nuovi mezzi. Il più tradizionale degli assetti, un direttore che imposta la linea, la riflessione a scapito della tempestività, avrebbe però definito in Italia una nuova via all’informazione cartacea, che ancora oggi resiste e fa scuola. Chi c’era agli inizi ricorda la redazione del Foglio come un salotto intellettuale dell’Ottocento, un gruppo di giovani raccolti intorno a un padrone di casa e a un’idea di giornalismo.
Daniele Bellasio, vicedirettore de Il Sole 24 Ore, ha iniziato lavorando al Foglio come correttore di bozze: «Era un lavoro certosino, artigianale. Un articolo passava anche per tre persone. Il fatto che non fossero firmati lo rendeva un lavoro di squadra. Lo stile doveva essere brillante, senza luoghi comuni, e l’editing era una parte fondamentale. Essendo un giornale piccolo potevi osservare tutto il processo, dall’idea alla stampa».
Al Foglio ha iniziato anche Christian Rocca, direttore di Linkiesta e protagonista di uno degli ultimi casi editoriali determinati da un giornale: «Io e Mattia Feltri dopo una recensione di Mariarosa Mancuso andammo in libreria a comprare La versione di Barney di Mordecai Richler. Quel libro ci travolse. Lo segnalammo subito anche a Ferrara che però ci ignorò. Salvo tornare qualche tempo dopo dicendo che c’era un libro che dovevamo assolutamente leggere. Era La versione di Barney». Seguirono mesi in cui venivano pubblicati ogni giorno fino a sei, sette articoli sul libro di Richler. Dopo la morte dello scrittore, Rocca ha passato un mese in Canada dove è stato raggiunto anche da Ferrara con cui ha incontrato la famiglia dello scrittore. Ancora oggi sul Foglio c’è una rubrica, Andrea’s Version di Andrea Marcenaro, che si ispira nel nome e nel tono all’anziano e suscettibile personaggio di Richler.
Nel tempo le firme sono state aggiunte e il giornale si è ampliato rispetto alle tre pagine dell’inizio, sono aumentati gli inserti, è arrivato l’online. Nel 2015 Giuliano Ferrara cede la direzione a Claudio Cerasa, che aveva trentadue anni. Anche in quel caso una scelta fuori dagli schemi: «Dopo vent’anni nominai Cerasa direttore. Non fu, come spesso accadeva negli altri giornali, una successione finta. Sulla base di un’intuizione mi resi conto c’era bisogno di un cambio e il giornale è stato del tutto affidato a lui».
In questi giorni ogni numero del Foglio esce in edicola corredato da una vecchia edizione, una per anno, a partire dal 1996. La lettura dei vecchi numeri affiancati a quelli attuali dà l’idea di un giornale invariato nella linea editoriale e nel tono. Ogni giornalista ha il suo spazio, i suoi modi, il suo ambito, ma tutti gli articoli rispettano una coerenza stilistica di fondo. Dalle rubriche in prima pagina ai lunghi pezzi culturali stile New Yorker, tutto si tiene in una narrazione coerente.
La politica è ancora la priorità per un quotidiano che nasce “corsaro”, come lo definisce l’attuale direttore Cerasa: «Il Foglio è sempre uguale. Leggendo le pagine del ‘96 e quelle di oggi, c’è sempre al centro la ricerca costante della libertà. Proviamo ancora ad offrire contenuti che gli altri difficilmente propongono. Non c’è la volontà di essere presenti su tutto, è prioritaria la selezione. E poi sempre grande chiarezza nei confronti dei lettori, diciamo sempre da che parte siamo».
Le posizioni sono le stesse degli anni Novanta, la linea garantista in materia di giustizia, la difesa del libero mercato, il sostegno dell’alleanza atlantica. Gli esteri rimangono centrali, a partire dal Foglio Internazionale che ogni lunedì segnala i più interessanti punti di vista dalla stampa straniera. Quello che però attrae i lettori più giovani, in particolare gli universitari, è il taglio culturale del quotidiano. All’apparenza non il competitor ideale di certi magazine con vetrine digitali d’impatto, Il Foglio rimane lo spazio d’approfondimento ideale per chi cerca contenuti d’autore. Un underground colto, una struttura novecentesca, pagine fitte e poche immagini, che contiene il meglio del giornalismo culturale in Italia: i racconti di Michele Masneri alla maniera di Arbasino, Alfonso Berardinelli, tra i maggiori critici letterari in Italia, in dialogo col presente culturale, Matteo Marchesini, poeta e saggista, che riferisce sulle novità editoriali. La televisione di Andrea Minuz, il cinema di Mariarosa Mancuso, la Review diretta da Annalena Benini.
L’anno scorso Il Foglio ha realizzato il primo quotidiano al mondo interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. Un esperimento ripreso anche all’estero e che oggi funziona da inserto. Una volta a settimana, quattro pagine, una ventina di articoli e tre editoriali interamente composti da un algoritmo. Se molti inizialmente hanno pensato ad una provocazione, i mesi successivi hanno rivelato la credibilità di quell’esperienza.
Un linguaggio apparentemente artificiale nella composizione ma assolutamente naturale nel risultato. “L’addestramento” è affidato ai giornalisti del Foglio e la scrittura rispetta perfettamente il tono del quotidiano. L’anonimato degli articoli scritta dall’Ai ricorda le prime edizioni. Succede più o meno lo stesso, solo in maniera più rapida. Se oggi l’intelligenza artificiale riesce a replicare uno stile e una maniera è perché quel tono e quella maniera hanno una struttura. Chi l’ha codificata è un gruppo di persone che dal 1996 guarda con ottimismo al futuro, dal più tradizionale dei mezzi.