Caro Andreotti,
l’amore cristiano per la verità mi costringe a scriverti. Ho riletto con pazienza l’articoletto pubblicato da ‘Vie Nuove’ a proposito del recente dibattito parlamentare sul cinema e, come ben ricordavo, non vi si dice affatto che tu abbia insultato gli attori italiani. Si parla solo di una tua ‘arroganza’, il che è ben diverso. L’accusa di aver insultato gli attori è invece rivolta all’onorevole (segue un cognome, ndr), che infatti la meritava. Se anche tu avrai la pazienza di rileggere l’articolo ti accorgerai che ho ragione.
Come vedi, l’accusa che mi hai rivolto – di avere scritto una bugia – non è fondata. Mi auguro che ti sentirai perciò pieno di rimorso e che tale rimorso valga a risparmiarti il Purgatorio.
Cordiali saluti,
Luigi Pintor
Prima di diventare una delle più importanti voci di area comunista del Novecento in Italia, Luigi Pintor era solo un ragazzo che delle armi non sapeva niente. Fino a quando una domenica pomeriggio, durante l’occupazione nazista di Roma, si mise a sparare «in mezzo a una strada, contro persone sconosciute». Le mani umide, i movimenti incerti, il grilletto duro e scivoloso. La pistola puntata su due militari che si inceppa per il sudore. Rievocata decenni dopo in Servabo (Bollati Boringhieri, 1991), quella violenza sembra inspiegabile e si lega alla convinzione che sia stata la guerra, nella quale perse il fratello Giaime, a scegliere per lui il giornalismo e la politica. Senza di essa, i «mondi fantastici» della musica o del cinematografo avrebbero preso il posto di «quello reale» e forse Il Manifesto, il quotidiano comunista fondato nel 1971 da Pintor insieme a Rossana Rossanda e altri dissidenti del partito comunista, non avrebbe visto la luce.
La lettera che il 22 marzo 1949 il ventitreenne Pintor indirizza al deputato democristiano Giulio Andreotti nasce dall’urgenza, impressa dalla guerra, di abitare il reale. Il documento è riemerso dall’archivio personale di Andreotti, conservato dall’Istituto Luigi Sturzo, grazie al lavoro del giornalista Maurizio Caprara, che il 13 novembre 2025 ha tenuto un seminario sul tema all’Ordine dei Giornalisti, e alla disponibilità di Flavia Piccoli Nardelli. «Un pezzo di un confronto tra due giovani fuoriclasse del polemizzare politico», lo definisce Caprara, che nel 1978 ha iniziato la sua carriera alManifesto e ne ha conosciuto personalmente il direttore. Parole in cui si intravede «il garbo non sdolcinato dell’ironia» e «il tono critico e tuttavia non grossolano».
Nella primavera del 1949, il trentenne Andreotti è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al cinema. «“L’arma più forte” l’aveva definita Benito Mussolini», spiega Caprara a Zetaluiss, «e lo rimase nel dopoguerra», quando divenne terreno di scontro e confronto parlamentare tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. In quegli anni di ricostruzione i registi portano sullo schermo la questione meridionale, le condizioni di vari strati sociali e le speranze dell’epoca. «Il cinema non viene visto solo come mezzo di propaganda esplicita, ma come un’arte che porta l’Italia, paese distrutto dalla guerra, a primeggiare a livello internazionale, per cui non è sorprendente», riflette Caprara, che: «Un’intelligenza politica e giornalistica come Pintor e uno degli uomini più capaci di rappresentare la Dc si occupassero di cinema».
Le parole nate dalla penna di Pintor restituiscono «un dibattito politico che ormai ci ha lasciati», osserva Caprara, per cui: «Anche se i conflitti non mancavano, lo scontro rimaneva sul piano delle idee, gli attacchi erano politici più che personali». Oggi, invece, «mi sembra si sia passati dal fioretto alla clava». È nella misura, nell’ironia sottile e mai compiaciuta, che riconosce Pintor: «Un uomo di grande acutezza nella comprensione dei fatti, capace di essere brillante e incisivo nei giudizi, anche quando non interamente condivisibili, attraversato da una sofferenza interiore che non diventava mai lamento». La precisione con cui separa il vero dal falso, l’uso sapiente dei riferimenti religiosi, la chiusa sagace. Tutte prove di un modo di stare nel conflitto, ormai perduto, di cui Pintor, uomo «capace di sottili ironie», era in grado.

