Per Yaryna, ventun anni, la giornata comincia sempre con lo stesso gesto: controllare il telefono. Se durante la notte ci sono stati lanci di missili, lo scopre da un canale militare. Se non ci sono messaggi, si alza. Se c’è elettricità, si muove in fretta.
«Anche lavarmi i capelli o fare colazione dipende dalla corrente», racconta. «A volte mi sveglio nel cuore della notte per finire i compiti o accendere la lavatrice».
Yaryna vive a Leopoli e da quattro anni la sua vita è scandita dalla guerra. Dal freddo, dagli allarmi improvvisi, dalla luce che va e viene.
Nei giorni peggiori l’elettricità manca per sedici o diciassette ore. Si cucina quando si può. Si ricaricano i dispositivi quando si può. Si studia quando si può. In quei giorni anche un caffè caldo è un lusso.
Ogni mattina Yaryna esce di casa e a piedi attraversa strade bianche di neve. I mezzi pubblici funzionano a intermittenza. «Dipende se abbiamo un razzo nel nostro spazio aereo», dice, «Sono fortunata ad abitare non lontano dall’università».
Nel campus trova luce, riscaldamento, connessione stabile. È attrezzato con generatori e rifugi. È uno spazio protetto, costruito per resistere.
Prima di iniziare le lezioni studenti e professori si fermano qualche minuto. «Preghiamo e raccontiamo com’è andata la notte, come si sentono le nostre famiglie. Se tutti stanno bene è una giornata fortunata». Solo dopo si accende il computer.
Yaryina aveva studiato finanza. Una laurea triennale, un percorso stabile. Poi ha cambiato direzione. «Nel nostro Paese ci sono molti finanzieri e pochi buoni giornalisti», spiega. «Non voglio contare i soldi di qualcuno. Voglio scrivere di soldi, di potere, di quello che succede davvero. Per questo voglio fare la giornalista», si confida. «Per raccontare la verità».
Alla scuola di giornalismo dell’Università Cattolica di Leopoli studia scrittura video, giornalismo culturale, economia dei media. Nel corso sulle minacce ibride analizzano disinformazione e propaganda. Cambiano VPN, confrontano risultati, verificano immagini con la ricerca inversa. «A volte l’intelligenza artificiale restituisce propaganda russa», spiega, «la propaganda confonde, non dice la verità. Bisogna fare chiarezza».
Quando suona la sirena gli studenti scendono composti nei bunker. Laptop sulle ginocchia, telefoni in mano. Si aspetta. Poi si risale e la lezione continua.
L’università ha un motto: “Witness, serve, communicate”. Testimoniare, servire, comunicare. Per Yaryna non è uno slogan. Testimoniare è il motivo per cui vuole fare la video giornalista: «Le immagini mostrano quello che succede. Servire significa non restare a guardare. Significa fare qualcosa di concreto per le persone che vivono questa guerra». Per questo passa i pomeriggi in parrocchia a organizzare aiuti umanitari, a preparare piatti caldi, a dare sostegno a persone con disabilità. «All’inizio cucinavamo per chi scappava dalle città occupate, oggi per chi ha perso qualcuno».
La sera prove con la band, Druzy, “amici” in ucraino. Suona la chitarra in una sala fredda della chiesa. Organizzano concerti aperti alla comunità. «Viviamo in guerra, ma dobbiamo ricordare che non tutto è buio», dice. È lo stesso motivo per cui ama il teatro. Quando può va a vedere uno spettacolo. I teatri raccolgono fondi per l’esercito, lavorano con pochi mezzi. Per lei è importante esserci. La cultura è resistenza civile.
La sera la routine è precisa. Se c’è elettricità, lavora. Monta un video, sistema un testo, manda un’ultima mail. «Devo finire prima che la corrente vada via». Vicino alla porta della stanza c’è uno zaino sempre pronto. Documenti, acqua, biscotti, soldi, una torcia, un caricatore portatile. «La chiamiamo valigia ansiosa. È sempre pronta per scendere in un rifugio o per lasciare la casa in pochi minuti». Ogni giorno controlla che dentro ci sia una barretta di cioccolato. «Qualcosa di dolce», sorride, «non si sa quanto si dovrà restare sotto».
Prima di spegnere la luce ricarica tutto. Telefono, power bank, laptop. I vestiti piegati sulla sedia.
Dormire non è semplice. Il telefono resta acceso, sintonizzato sul canale militare, il volume alto. «Puoi addormentarti, ma resti in ascolto».
È dalla vigilia di Capodanno di due anni fa che non riesce a dormire serenamente. Quel giorno un missile è caduto molto vicino a casa sua, vicino all’abitazione di amici di famiglia. «Hanno mandato la foto del figlio di dieci anni coperto di sangue». Il vetro ovunque, il bambino ferito, la corsa in ospedale. «Non ho dormito per giorni», racconta, «Ma il 31 dicembre abbiamo cenato tutti insieme lo stesso. Per festeggiare. Perché eravamo vivi».