«Che colpo aveva fatto. Si sentiva come uno che, gettata la lenza da Ponte Sisto con la speranza di tirare su al massimo un paio di ciriole per cena, si ritrovava attaccata all’amo una trota di trenta chili». Questo è il pensiero di Duilio Sciobbicca, per gli amici Mortaretto perché figlio di un noto cassamortaro, dunque Cassamortaretto, e ladro perché «se pijo fòco faccio i bòtti». È uno dei migliori attrezzisti di Cinecittà: impara in fretta e sa sempre dove mettere le mani. E se di giorno questo gli permette di risolvere i capricci di registi e scenografi, la notte lo aiuta ad aprire le casseforti di mezza città. Ma il suo primo grande colpo, l’assalto a un blindato sulla Roma‑Fiumicino, gli fa capire di essere finito in un gioco più grande di lui.
Duilio non ruba per fame, ma perché gli piace: davanti a un lucchetto da forzare, non riesce proprio a trattenersi. Ma si tratta spesso di colpetti: rubacchia in batterie improvvisate, senza metodo e spesso rimettendoci. Nel 1988, però, una soffiata dell’amico Scintilletto lo mette sulle tracce di un carico di elettronica facile da piazzare. Al posto delle videocamere promesse si ritrova lingotti d’oro da nascondere, e l’antipatia delle grandi bande romane, che su quel carico avevano già messo gli occhi. Fare un controsgobbo (contrario di qualcosa di ben fatto) ai pesci più grossi è uno smacco imperdonabile, e tutto quell’oro diventa il suo incubo.
Dopo anni di galera, Mortaretto prova a uscire dal giro della malavita. Con la moglie, ex prostituta, e la figlia, ex eroinomane, apre l’osteria Ventre de vacca. L’oro nascosto è una promessa: un futuro migliore per lui e la sua famiglia, lontano da Roma e dalla criminalità. Ma prima deve sistemare una faccenda di famiglia: la figlia Jessica, che Mortaretto conosce appena, si è fidanzata con un ex tossico che lavora nella bottega di un falsario. Quando Mortaretto scopre che una piccola banda locale vuole svaligiare la cassaforte di un magnate del mattone e riempirla di falsi realizzati proprio dal ragazzo di Jessica, Duilio capisce che rischia di perdere tutto. Stavolta il controsgobbo è necessario, soprattutto perché nella cassaforte, oltre all’oro, è nascosto un segreto ancora più sporco dell’oro che contiene.
Sullo sfondo di una Roma che sopravvive tra bande, droga ed eccessi, 2 rapine, 1 giorno racconta la storia di un ladro che fa i conti con la vita criminale. Da una parte, c’è Duilio che più che rubare per il proprio tornaconto, ripara i torti altrui. Il vero colpo non è l’assalto al blindato, ma l’idea che fregare i pesci grossi non ti rende più libero: al massimo ti costringe a scegliere chi sacrificare per salvare gli altri. Canale rovescia l’idea di furto come atto egoistico, trasformandolo in un sistema di pareggio dei conti. E alla fine Duilio va in paro.
Dall’altra, c’è un padre che tenta di riallacciare il rapporto con la figlia e più in generale con la dimensione familiare. Ladro con le mani d’oro, ex galeotto, marito di una donna che non ha «smesso de fa’ la mignotta pe’ mètteme a fa’ ’a pizzèttara», Duilio ha messo energia e intelligenza nella sopravvivenza, non nella cura. Canale lo mette davanti a un bivio: restare il ladro prudente che pensa solo a sé, o usare quello stesso talento per proteggere Jessica e la vita di famiglia, rischiando di nuovo tutto.
Per raccontare la storia di Mortaretto, l’autore pesca a piene mani dalla tradizione romana, e il dialetto ne è una parte fondamentale. La lingua scalda la trama: è compatta e incollata alla Roma bassa, quella abitata da chi ogni giorno prova a sbarcare il lunario con «sgobbetti da regazzini, lisci e quatrinosi. ’Na passeggiata de salute». Duilio non è una macchietta, ma un personaggio reale, vivido anche e soprattutto grazie alla lingua che parla.
2 rapine, 1 giorno di Alessandro Canale torna in libreria dal 25 febbraio per Accento, recupero da Marsilio che lo aveva pubblicato nel 2017 con il titolo di Il controsgobbo. La forza di questo testo è tutta nel suo titolo: 2 rapine, 1 giorno è un romanzo popolare. Niente lezioni morali, niente sociologia in punta di penna. Mortaretto si mette in gioco cercando di tenere insieme colpi, segreti e una famiglia che gli è quasi sconosciuta, e lo fa parlando la stessa lingua ruvida di chi ogni giorno tira giù la serranda sperando di arrivare a fine mese.