Posti esauriti, sicurezza rafforzata e due squadre pronte a sfidarsi sul ghiaccio. All’Arena Santa Giulia di Verona le bandiere di Canada e Stati Uniti sventolano una accanto all’altra, i cori si sovrappongono, ma sono le urla dagli spalti che dominano la scena. È la finale di hockey maschile delle Olimpiadi invernali 2026, ultimo grande appuntamento di Milano Cortina. «Molta tensione tra le due nazioni, è una rivalità storica. I tifosi sono 50% canadesi e 50% americani», racconta Edoardo Nicolucci, giocatore della squadra di hockey su ghiaccio di Mentana, comune del Lazio, che durante questi Giochi ha lavorato nell’organizzazione della partita.
Nicolucci non ha visto l’incontro dalla tribuna. «Ho seguito tutto dalla penalty box, cioè la panchina dove vengono mandati giocatori per “punizione” qualche minuto. Un punto di vista straordinario». Una posizione, a pochi metri dal ghiaccio, da cui si colgono dettagli che in televisione si perdono: il suono secco delle lame, l’urto dei corpi contro le balaustre, la traiettoria imprevedibile del disco.
Dal vivo tutto è amplificato. La velocità dei partecipanti non è un’impressione ma un dato fisico; i contatti sono più duri di quanto appaiano; i portieri, spesso invisibili nel flusso televisivo, diventano centrali nel gioco. L’hockey non è solo rapido: è intenso.

Gli Usa entrano meglio nella partita. Più aggressivi nelle transizioni, più ordinati in fase difensiva. Il vantaggio nasce da un errore canadese che apre lo spazio per l’1-0 firmato da Matt Boldy, attaccante statunitense classe 2001, già protagonista in NHL (la lega americana di Hockey su ghiaccio) con i Minnesota Wild e considerato uno dei talenti emergenti della sua generazione.
Il match si accende presto anche sul piano fisico. Spinte, contatti, insulti. Ma senza degenerare. «Le risse nell’hockey sono abituali. Anche oggi è andata così», osserva Nicolucci. È una componente strutturale del gioco, regolata e in qualche modo prevista.
Nel secondo tempo la partita cambia direzione. Il Canada alza il ritmo, aumenta il numero dei tiri, costringe gli americani a una lunga fase difensiva. Il pareggio arriva dopo una pressione costante. «Il momento più concitato è stato durante il pareggio del Canada, tolto ovviamente quello della vittoria finale degli Stati Uniti». L’arena esplode, ma non si libera: resta compressa. Nel finale dei tempi regolamentari ogni azione sembra definitiva. I portieri respingono tiri ravvicinati, il disco colpisce pali e traverse, le linee difensive si stringono. Si va all’overtime, dove basta un dettaglio per assegnare l’oro.
Il supplementare è breve ma decisivo. È Jack Hughes, vicecapitano degli Stati Uniti, a trovare la rete del 2-1 e consegnare la medaglia al suo gruppo. Volto noto della nuova generazione americana e stella dei New Jersey Devils in NHL, chiude la partita con una giocata rapida. Esultanza americana, abbracci, bastoni alzati. Per un istante, silenzio canadese. Poi applausi.
Eppure, per Nicolucci, il giocatore che più ha inciso sulla finale resta un altro: «Il migliore senza dubbio è stato Connor McDavid, il capitano del Canada e centro degli Edmonton Oilers. Il miglior giocatore al mondo per velocità, visione e capacità di costruire gioco. Ha fatto circa dieci assist in sei partite e si vede che sta una spanna sopra agli altri». Anche nella sconfitta, la sua centralità tecnica non viene messa in discussione.
Durante la partita c’è stato spazio anche per un momento più raccolto. Gli Stati Uniti hanno ricordato Johnny Gaudreau, attaccante americano scomparso nel 2024 in un incidente, portando i suoi figli sul ghiaccio per la foto con la squadra. «È stato bello che lo abbiano ricordato così», dice Nicolucci.
Milano spegne la fiamma olimpica con un overtime. Non è solo una vittoria americana. È la conferma che questa rivalità riesce ancora a riempire un’arena.
