Mani che stringono tulipani gialli, striscioni che sventolano con la scritta “Verità per Giulio” e occhi fissi sul tribunale. Il 24 febbraio, davanti al palazzo di giustizia di piazzale Clodio a Roma, si è radunato il “popolo giallo”, i cittadini che chiedono giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016.
Si torna nell’aula Occorsio per la prima udienza del processo dopo lo stop dello scorso ottobre, disposto in seguito alla pronuncia della Corte costituzionale sulla corretta notifica degli atti agli imputati. Sono quattro gli agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati di sequestro, tortura e omicidio nei confronti di Giulio, mai comparsi in udienza. Un passaggio tecnico che ha congelato il dibattimento per mesi, prima della ripartenza.
Dieci anni dopo la morte dello studente italiano c’è ancora paura di parlare, di esporsi, di mettere il proprio nome agli atti.
Come già accaduto per diversi testimoni ascoltati in modalità protetta per ragioni di sicurezza, anche il perito nominato per la difesa dalla Corte d’Assise ha accettato l’incarico dietro un paravento, senza mostrarsi in aula. Il motivo: tutelare la propria identità. Dovrà tradurre dall’arabo all’italiano due verbali di interrogatorio.
«Non credo sia accaduto molte volte che qualcuno si sia nascosto per ricevere l’incarico, senza neanche poter declinare le proprie generalità e far vedere il proprio volto», ha osservato la legale dei genitori, Alessandra Ballerini, al termine dell’udienza. «Al di là di chi pensa a livello italiano ed europeo che l’Egitto sia un paese sicuro, è evidente che non è così. Né per i testimoni, né per i periti, né per i consulenti. Tantomeno per Giulio»
La reticenza non riguarda solo il consulente della Corte. Anche la famiglia Regeni sta riscontrando ostacoli nella scelta del proprio esperto. In aula, l’avvocato ha spiegato: «Abbiamo delle difficoltà ad individuarlo perché c’è un clima di paura: i cittadini egiziani temono di mettere il nome in questo processo, gli italiani che lavorano in Egitto altrettanto. Ora stiamo prendendo contatti con un’università. Speriamo di arrivare a breve a una nomina».
Lì presenti, come sempre, la mamma e il papà del ventottenne scomparso al Cairo, Paola Deffendi e Claudio Regeni che, in questi dieci anni, con dignità e fermezza, non hanno mai smesso di combattere per la verità. Giulio sparisce il 25 gennaio 2016. Il 3 febbraio il suo corpo viene ritrovato lungo l’autostrada tra Il Cairo e Alessandria: segni evidenti di torture, fratture, bruciature, colpi. Le autorità egiziane parlano prima di incidente stradale, poi di rapina finita male, infine di una banda criminale uccisa in un conflitto a fuoco. Versioni che nel tempo si sono rivelate inconsistenti. Da allora è iniziata una lunga controversia giudiziaria e diplomatica tra Italia ed Egitto, fatta di rogatorie incomplete, documenti mancanti e collaborazioni negate.
La corte ha concesso tre mesi al tecnico per completare la traduzione degli atti e ha fissato la prossima udienza all’8 giugno. La sentenza potrebbe arrivare dopo l’estate, forse a settembre.
Ma al di là delle date, al di là delle strategie difensive, resta un dato: la paura di parlare pesa su questo processo come una presenza costante. Non è solo il timore dei testimoni di pericoli e ripercussioni. È la paura di tutti che la verità possa essere soffocata, ritardata, resa inaccessibile.