Mattoni a vista, ferro battuto e atmosfere industrial. Si è chiusa domenica 1 marzo a Firenze la quinta edizione della fiera libraria Testo, spazio di riflessione sul libro come oggetto e bene di consumo. Uno dei tanti momenti dell’anno in cui gli editori si riuniscono per studiarsi da lontano, oltre le barricate di libri sui banchetti; i librai fiutano le tendenze dell’ultim’ora, e i lettori le tracciano transazione dopo transazione.
Lavorare nell’editoria e vederla da fuori sono due momenti molto diversi: da una parte, c’è il lavoro culturale, per dirla con lo scrittore Bianciardi, fatto di gioie ma anche, e soprattutto, di grane. Scovare qualcosa che valga la pena pubblicare, lavorare il testo, mandarlo in stampa, poi la grafica e la promozione: difficile oggi andare in paro. Dall’altra, ci sono gli occhi illuminati dei lettori, rapiti delle storie e grati all’editore per aver scommesso sul loro nuovo autore preferito. Come dopo il parto si scorda il dolore provato mettendo alla luce un figlio, così l’editore prova a dimenticare le magagne economiche di un mercato che conta secondo l’Istat 85 mila nuovi titoli all’anno. Una cifra esorbitante perfino se in Italia fossimo tutti lettori forti, e leggessimo almeno 12 libri ogni anno.

«Festival e fiere librarie oggi sono il giusto termometro del disagio e della spettacolarizzazione dell’industria libraria», osserva Leonardo Luccone, tra gli organizzatori di Testo. «Il pubblico di lettori diminuisce a vista d’occhio, c’è crisi d’acquisto di libri e la lettura ha smesso da decenni di avere un ruolo formativo». Eppure, parlare di editoria è fondamentale, basta farlo bene. Testo racconta entrambe le tensioni, domanda e offerta, e le mette in crisi, decostruendo l’oggetto libro nei suoi momenti essenziali di gestazione, dal manoscritto al risvolto.
«Se non funziona l’editoria è perché è inceppato tutto il meccanismo», dice Federico Cenci, cofondatore di Cliquot, casa editrice specializzata nei recuperi (ndr. ripubblicazione di testi fuori diritti): «Per com’è fatta oggi, con ricariche insufficienti sui libri venduti e la filiera messa alle strette, c’è poco da stare allegri».

I problemi dell’editoria contemporanea, secondo molte case editrici piccole e medie, oggi vertono sostanzialmente su tre punti: prima di tutto, il prezzo di copertina del libro, troppo basso per ripagare le spese di produzione e stipendiare chi lavora. «Dovrebbe essere almeno il doppio», osserva Cenci, «ma sappiamo che non si può». Girando tra gli scaffali delle librerie ci si rende conto che il prezzo del libro al pubblico oramai oscilla tra i 18 e i 20 euro. Per un paese in cui il tasso di lettori è piuttosto basso, i costi scoraggiano spesso all’acquisto. Dall’altra parte, però, ci sono gli editori che devono affrontare una filiera distributiva che prende il 70% del profitto per libro venduto. Facendo due conti rapidi, se si vende un volume a 10 euro, all’editore resta il prezzo di un caffè. Fare editoria non paga.
Un altro problema è la quantità di titoli pubblicati all’anno. «Per guadagnare di più si produce di più, con il rischio però di invenduto, resi e, più in generale, l’ingolfamento dell’intero sistema». Rispetto a questo, poi, c’è da riflettere sul numero effettivo di copie vendute: «con un’economia come questa», osserva Cenci, «3000 copie per titolo è un obiettivo ambizioso».
Alla fine, l’editoria si decide lontano dalle luci dei festival: nei magazzini dove tornano i resi, nei bancali che prendono la strada del macero, negli scaffali che si riempiono e si svuotano a un ritmo che i lettori non seguono più. È lì che il libro smette di essere promessa e diventa, molto semplicemente, un costo.