Esclusiva

Marzo 4 2026
Foto e video fake
È guerra con le immagini

Un video del 22 febbraio riproposto come funerale, una foto del corpo della Guida Suprema tra le macerie. Sui social il lutto prende forma con l’Ia

Da Toronto al Giappone, da Skardu in Pakistan fino agli Stati Uniti: nei video che circolano su Instagram e TikTok il mondo sembra essersi riversato in strada per Ali Khamenei. Strade bloccate, piazze gremite, droni che sorvolano folle compatte: «300 mila persone a Toronto per l’Iran», «milioni in Giappone», «proteste in Kargil dopo l’uccisione di Khamenei». Le immagini scorrono come prove di un consenso globale, di una mobilitazione spontanea che attraversa continenti.

Si tratta nella maggior parte dei casi di filmati artificiali, manifestazioni avvenute in altri contesti o montaggi visivi ripubblicati con nuove didascalie.

Nelle ore successive alla morte della Guida Suprema, sui social si è aperto un secondo fronte: quello delle immagini. Un video pubblicato già il 22 febbraio ricompare ora con didascalie che lo legano al lutto per la Guida Suprema; la stessa sequenza è stata ripostata da account diversi con overlay testuali e immagini incollate. Il meccanismo è elementare: la sequenza resta invariata, cambia la cornice. Nei commenti poi il lutto si amplifica tra preghiere, invocazioni religiose ed emoji, mentre le obiezioni vengono rapidamente marginalizzate o bollate come irrispettose.È la forma più comune di disinformazione nei momenti di crisi: materiale reale ma decontestualizzato, trasformato in “prova” del presente. 

Spazi che ricordano stadi, grandi piazze o complessi religiosi vengono mostrati dall’alto, con folle densissime e movimenti uniformi, spesso privi di riferimenti verificabili. La stessa scena può comparire associata a eventi diversi — funerali, commemorazioni, manifestazioni politiche — suggerendo una partecipazione totale e immediata al lutto. Se alcuni casi si tratta di immagini molto precedenti, rietichettate; in altri emergono indicatori tipici dell’alterazione o della generazione artificiale, come ripetizioni anomale dei volti, densità irrealistiche della folla o movimenti eccessivamente sincronizzati.

A questo si affianca un’ulteriore tendenza, più sottile e altrettanto pervasiva: la costruzione di una figura addolcita della Guida Suprema. Circolano foto e video che ritraggono Khamenei con bambini, famiglie, donne in lacrime; immagini che insistono sulla dimensione privata, affettiva, quasi paterna del leader. Un bambino che ambisce al martirio, una donna che mostra una foto di quando era piccola tra le sue braccia e poi piange davanti alla bara: sequenze che spostano il racconto dalla sfera politica a quella emotiva .

Anche in questo caso il contesto resta spesso opaco. Le immagini appartengono a momenti diversi, talvolta molto lontani nel tempo, e vengono rimesse in circolo come se fossero reazioni immediate alla morte di Khamenei. Il risultato è un racconto che tende a presentare il legame tra la Guida e il Paese come intimo e continuo, cancellando fratture, conflitti e contestazioni emerse negli ultimi anni.

In un contesto segnato da restrizioni, rallentamenti della rete e scarsità di immagini indipendenti, la competizione si gioca sulla rappresentazione: imporre le immagini del lutto e dell’unità significa imporre anche una lettura della realtà.