Esclusiva

Marzo 4 2026
La musica sacra attrae ancora a sé fedeli e pellegrini

Alla chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi è in programma un anno di concerti e performance organistiche

A pochi passi dall’Ara Pacis, nel santuario che prende il nome dal più celebre figlio del Portogallo, Sant’Antonio Abate, una programmazione continua ridà lustro all’organo con concerti che si susseguiranno lungo tutto il 2026. A patrocinare l’evento l’ambasciatrice del Portogallo presso la Santa Sede, Maria Amélia Maio de Paiva. Il rettore della chiesa, Mons. Agostinho Borges, racconta a Zeta la lunga preparazione richiesta da uno strumento impegnativo come questo. «Sono musiche complesse, antiche. Lo studio è stato lungo e il lavoro è stato duro. Invitiamo musicisti da tutto il mondo». La musica sacra è particolare, occupa un posto speciale nel panorama delle scienze musicali. Fruibile solo in contesti liturgici e in ambienti ristretti, viene spesso percepita come un’esperienza di minor valore rispetto alle altre. «C’è in giro la convinzione che gli organisti siano musicisti di secondo piano, che non siano in grado di comporre, ma non è così. Basta guardare al repertorio. Insomma, c’è anche Bach!». A dirigere il tutto Giampaolo Di Rosa, organista titolare della chiesa e musicologo.

La musica sacra attrae ancora a sé fedeli e pellegrini

Non è un concerto come gli altri, in cui le luci si affievoliscono e convergono tutte ad illuminare il protagonista. Qui le luci rimangono accese, illuminano egualmente spettatori e musicista. L’organo non si vede, è alle nostre spalle. Lo sguardo resterà fisso in avanti. Il suono proveniente dallo strumento basterà a circondare tutti i presenti. Il suo compito è accompagnare, restando in disparte, il pellegrino nella sua visita senza distrarlo dal bellezza: l’altare e il crocefisso, che sono il fulcro dell’attenzione dei fedeli. Di converso, l’organo è l’unico che in una chiesa può parlare, far sentire la sua voce e sovrastare con la sua quella degli altri.

Di Rosa dà il via con Giovanni Gabrieli, organista veneto del XVI secolo. Il ritmo è serio, cadenzato. Si fa invece più giocoso con gli altri due grandi eseguiti dal maestro, Juan Cabanilles, spagnolo, e Pedro de Araújo, portoghese, per celebrare il santo di Lisbona che dà nome alla chiesa e al suo palco.

Prima del culmine il maestro spiega il senso e l’importanza della sua performance. «Questi maestri antichi sapevano tutto della musica. Erano dei mistici, poiché tutto ciò che facevano era fatto e pensato in chiesa. Nonostante alcuni teorici presentino questa musica come leggera e piccola, queste sonorità sono conformi agli strumenti originali. Il senso della musica come arte intangibile è aprire una finestra sul cielo per contemplare. È il cammino verso l’altro».

Poi l’apoteosi con Bach, la «rivoluzione», come la chiama Di Rosa. Il maestro si merita gli applausi del pubblico con la Toccata e fuga in re minore, forse la più celebre composizione di musica barocca della storia. Al termine del concerto il maestro lascia qualche minuto per l’improvvisazione. Le panche si svuotano; si riempiranno di nuovo ogni sabato. «Ormai siamo spettatori abitudinari» racconta una coppia.