Non tutti gli abitanti di Roma si ricordano del terremoto del 27 giugno 1987. Probabilmente perché non c’è mai stato. Eppure quella sera, in una zona precisa della Capitale, una scossa si sentì davvero: erano le vibrazioni del concerto degli U2 allo Stadio Flaminio. I vetri di alcuni palazzi di fronte andarono in frantumi, le pareti iniziarono a tremare, i giornali parlarono di “terremoto U2”. Dentro c’erano circa 40 mila persone, oltre la capienza per cui l’impianto era stato pensato.
Un limite, allora superato grazie all’apertura al pubblico del campo, che oggi torna al centro del dibattito sul futuro del Flaminio e sulla sua possibile riqualificazione. La S.S. Lazio vorrebbe farne la sua nuova casa. Propone un intervento che porterebbe l’opera progettata da Pier Luigi Nervi, architetto e ingegnere che ha segnato il panorama strutturale del Novecento, a uno stravolgimento radicale: 50 mila posti a sedere, un anello aggiuntivo di tribune e una parziale demolizione della struttura esistente. Un prezzo da pagare, secondo i promotori del piano, per restituire vita a uno stadio abbandonato a sé stesso.
Per Marco Nervi ed Elisabetta Margiotta Nervi, rispettivamente presidente e segretario della Fondazione che esercita la tutela morale sull’opera dell’ingegnere, il punto è proprio questo. «Pretendere che il Flaminio soddisfi gli standard UEFA per la Serie A è come voler portare una Ferrari del 1958 alle prestazioni di una vettura del 2026: tecnicamente impossibile senza distruggerla». L’immagine non è un vezzo retorico. Il Piano di Conservazione Getty/Sapienza del 2019 e il vincolo della Soprintendenza del 2018 fissano una soglia precisa: oltre, l’opera non è più quella progettata per le Olimpiadi del 1960.
Il cuore è nella sezione delle tribune a sbalzo libero, senza pilastri tra spettatore e campo. È la firma spaziale di Nervi, l’elemento che rende l’impianto irriproducibile. Aumentare la capienza significa intervenire proprio lì, riscrivere l’equilibrio strutturale che tiene insieme forma e funzione. «Non ha senso chiedersi di quanti cavalli si possa aumentare il motore di una macchina d’epoca prima di comprometterlo: la risposta corretta è che non si tocca».
Adeguare il Flaminio alle normative di sicurezza è un altro discorso. Si può fare, sostiene la Fondazione Nervi, se l’obiettivo è la conservazione: una manutenzione straordinaria, non una trasformazione. Restaurare la carrozzeria, non sostituire il motore. In questa cornice lo stadio può tornare a vivere come impianto polifunzionale da 25 mila posti: eventi culturali, sport diffuso, piscina, palestre, un utilizzo distribuito lungo l’arco della settimana.
Il calcio di Serie A richiede hospitality, spazi commerciali, standard dimensionali che il Flaminio non ha e non può ottenere senza essere snaturato. «È la domanda sbagliata rivolta all’oggetto sbagliato», dice la segretaria della Fondazione. Il ruolo del soggetto pubblico, aggiunge, «non è negoziare quanto si può trasformare in cambio di un investimento, ma verificare la compatibilità tra destinazione d’uso e opera».
C’è poi il quartiere. Il Flaminio è cresciuto intorno allo stadio e al Palazzetto dello Sport, in un equilibrio costruito negli anni Sessanta. Un impianto moderno da 50 mila posti, situato a 1,5 km dallo Stadio Olimpico, cambierebbe scala ai flussi, alla mobilità, alla sicurezza. Un utilizzo polifunzionale, distribuito nel tempo, resta invece dentro la densità del rione. «Il problema infrastrutturale esiste solo se si insiste nell’uso sbagliato».
La contrapposizione più ricorrente è tra uno stadio trasformato ma vivo e un monumento intatto ma dormiente. Per la Fondazione è una falsa alternativa. Esiste una terza via: uno stadio integro e vivo per ciò che può essere. Il degrado accumulato negli ultimi vent’anni non può diventare un argomento per accettare qualsiasi progetto.
Una Ferrari del 1958 può essere restaurata, rimessa in strada, fatta brillare di nuovo. Ma resta una Ferrari del 1958. Il Flaminio non è fermo perché è vecchio: è fermo perché nessuno ha ancora deciso come riaccenderlo. Può tornare a correre, sì, ma non in Formula 1.