La realtà impone i limiti, l’epica li mette alla prova. Tra questi due poli si muove lo sport paralimpico. Non per trasformare il singolo in eroe, ma per dimostrare che ogni storia può diventare linguaggio collettivo. I Giochi Paralimpici di Milano-Cortina 2026 sono anche questo: un racconto in cui il messaggio conta quanto la prestazione.
Dal 6 al 15 marzo 2026 oltre seicento atleti si sfideranno tra Milano e Cortina. Le gare saranno trasmesse dalla RAI con copertura televisiva e digitale. Ma prima ancora dell’evento, contano le storie. Tre, in particolare, raccontano cosa significhi abitare questo spazio ibrido tra corpo e tecnologia, limite e competizione.
«La performance non è paragonabile a quella olimpica classica perché abbiamo un limite fisico, ma il valore sta nel messaggio: dimostrare che si può reagire». Davide Bendotti parte da qui. Aveva 17 anni quando un incidente motociclistico gli costò la gamba sinistra sopra il ginocchio e la vita del suo migliore amico. «Ho dovuto ricostruire una nuova vita. Per quanto sia difficile confrontarsi con la disabilità, non ha nulla a che vedere con la perdita di una persona».
Nello sci alpino paralimpico le competizioni sono suddivise in tre macro-categorie: «Le gare sono organizzate tra standing, sitting e vision impaired. Poi all’interno ci sono ulteriori classificazioni funzionali. Non è semplice capire le categorie e la modalità dei premi, quindi capire bene come funziona la gara», dice ancora Bendotti.
Cresciuto a Colere, in provincia di Bergamo, gareggerà a Cortina dal 9 marzo: prima il superG, poi gigante e slalom. È la sua terza Paralimpiade. La prima è stata «un amore a prima vista». Questa, in casa, è diversa: è il tifo di tutti, è la pressione e insieme l’energia di chi sa che sugli spalti ci sarà anche chi non può permettersi di attraversare il mondo per seguirlo.
«Quando ci vestiamo e scendiamo in pista, la disabilità non esiste». Per Gabriele Araudo il punto è questo: una volta entrati nello spogliatoio, resta solo il gioco. Nel 1987, a Torino, una mielite virale gli toglie l’uso delle gambe. Vive al quarto piano senza ascensore. È suo padre a riportarlo a casa caricandolo sulle spalle. Una dottoressa gli dice che non camminerà più. «Mi piacerebbe incontrarla oggi e farle vedere dove sono arrivato, alla mia quarta Paralimpiade». Non per rivalsa, precisa: «Non sono un eroe. Sono una persona normale che si allena e fa sacrifici come tutti».
Gioca a para ice hockey, disciplina resa possibile da una slitta progettata per trasformare la limitazione in gesto tecnico. Senza quella tecnologia, quello sport non esisterebbe. È un’altra declinazione dell’ibrido: ingegneria e volontà. L’Italia affronterà il girone tra l’8 e il 15 marzo contro Stati Uniti, Cina e Germania. Le gare si giocheranno a Milano. Araudo si allena dieci, dodici volte a settimana, pur non essendo uno sport professionistico. Vive con la squadra quasi in sincronia: «Siamo diventati una famiglia».
«Lo sport a livello agonistico l’ho scoperto dopo l’incidente ed è stata la chiave di svolta per darmi nuovi obiettivi». Michele Biglione rappresenterà l’Italia nello sci di fondo. A Pechino 2022 era entrato in squadra da pochi mesi: «L’ho vissuta più come esperienza che come obiettivo». Oggi è diverso. A Milano-Cortina non si tratta più solo di esserci, ma di competere.
Il fondo è disciplina di resistenza, meno spettacolare ma più implacabile. Biglione correrà il 10 marzo la sprint, l’11 marzo i 10 km e il 15 marzo i 20 km. Conosce il livello degli avversari e sa che la preparazione è totale: «Dal paralimpico all’olimpico il messaggio è lo stesso: darsi obiettivi e raggiungerli».
Milano-Cortina non è un evento “dopo” le Olimpiadi. È la stessa competizione declinata in un sistema che integra tecnologia, medicina sportiva, classificazioni e performance. L’ibrido non è un compromesso: è la struttura dello sport paralimpico contemporaneo.
Potete trovare il racconto anche sul nuovo numero di febbraio Il lungo inverno del mondo


