Davanti al Dolby Theatre di Hollywood il red carpet è pronto ad accogliere le star per la novantottesima edizione degli Oscar, ma l’attenzione delle cronache internazionali è puntata sul conflitto tra l’asse Stati Uniti – Israele e Iran, scoppiato lo scorso 28 febbraio.
Sul palco ci sarà il comico Conan O’Brien, per il secondo anno consecutivo alla guida di una cerimonia che proverà a tenere insieme la celebrazione del cinema con uno scenario geopolitico sempre più instabile. Nel 2025 il conduttore ha trasformato la vittoria di Anora di Sean Baker in un affondo al presidente degli Stati Uniti. Nel film, la protagonista si ribella ai sicari mandati dal suocero, un oligarca russo, per annullare il suo matrimonio. «Immagino che gli americani siano entusiasti di vedere finalmente qualcuno che tiene testa a un potente russo», aveva commentato O’Brien, alludendo al rapporto tra Donald Trump e il leader del Cremlino Vladimir Putin.
Stavolta il tono sarà diverso. Ospite del podcast The New Yorker Radio Hour, il conduttore ha spiegato che eviterà battute sul presidente, definendolo «dannoso per la comicità». E in conferenza stampa ha precisato di voler «cercare di restare in equilibrio su una linea sottilissima, tra l’intrattenere le persone e il riconoscere le realtà del momento»: «trovare il tono giusto» per non ignorare i bombardamenti in Medio Oriente, offrendo allo stesso tempo un momento di connessione con il pubblico.
È la stessa linea scelta dai produttori Raj Kapoor e Katy Mullan. Di fronte ai timori per l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sull’industria, l’evento riporterà al centro il «tocco umano» alla base del cinema. Come ha rivelato Mullan a Vanity Fair «siamo in un’era dominata dall’IA, in cui tutto sembra automatizzato, ma quando osservi il processo di realizzazione di questi film, risulta innegabilmente umano. La creatività umana è insostituibile ed è ciò che vogliamo onorare».
L’eco dei film in gara, intanto, corre su TikTok, dove è in corso l’Oscars Post Contest, una competizione dedicata ai creator statunitensi con premi in denaro per i video a tema più creativi. Scorrendo l’hashtag ufficiale, ci si imbatte in un flusso di contenuti in cui gli utenti analizzano le candidature, azzardano pronostici e discutono su chi meriterebbe la statuetta, spesso allontanandosi dalle previsioni di critica e addetti ai lavori.
La corsa al miglior film si stringe attorno a due titoli. Da un lato c’è One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, un dramma d’azione in cui un padre prova a salvare la figliastra da un fanatico neonazista. Dall’altro Sinners di Ryan Coogler – in vantaggio con il record di 16 candidature – che porta l’horror nell’America segregazionista degli anni Trenta per raccontare il razzismo con gli strumenti del cinema di genere.
Tra i protagonisti maschili, Michael B. Jordan è il favorito per Sinners, forte della vittoria ai SAG Awards, i premi del sindacato degli attori. A contendergli la statuetta ci sono Leonardo DiCaprio per One Battle After Another e Timothée Chalamet, che in Marty Supreme di Josh Safdie entra in scena con occhiali tondi, camicia chiara e racchetta in mano per interpretare il campione di ping-pong Marty Mauser. Anche Wagner Moura ha raccolto grande consenso per The Secret Agent di Kleber Mendonça Filho, diventando il primo attore brasiliano a ottenere una candidatura nella categoria.
Per la migliore attrice, l’irlandese Jessie Buckley domina le previsioni con la sua Agnes, moglie di Shakespeare, in Hamnet di Chloé Zhao. Dietro di lei ci sono Rose Byrne, in gara per If I Had Legs I’d Kick You di Todd Haynes, ed Emma Stone in Bugonia di Yorgos Lanthimos.
Il più quotato come miglior film internazionale è il norvegese Sentimental Value di Joachim Trier. Ma nelle ultime settimane tra i pronostici è ricomparso It was just an accident, firmato dal regista iraniano Jafar Panahi, già vincitore della Palma d’oro a Cannes. Il film, candidato in rappresentanza della Francia, è un dramma di vendetta girato clandestinamente a Teheran e segnato dall’esperienza del carcere vissuta dallo stesso autore. Panahi concorre anche per la miglior sceneggiatura originale con Mehdi Mahmoudian, finito in cella a gennaio per aver firmato una lettera contro il governo. «In apparenza festeggio, ma dentro mi sento diverso», ha spiegato il regista, intenzionato a fare ritorno in patria non appena calato il sipario. Commentando la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, ha ammesso che la notizia lo ha reso «felice e triste allo stesso tempo» all’idea che non ci sarà mai un processo.
Anche i suoi connazionali Sara Khaki e Mohammadreza Eyni sono in gara con il documentario Cutting Through the Rocks, ma non potranno raggiungere Los Angeles a causa del bando dei visti e dello spazio aereo chiuso.
Mentre Hollywood si prepara ad accendere i riflettori, sul fronte mediorientale i bombardamenti non si fermano. One Battle After Another – Una battaglia dopo l’altra – non è soltanto il titolo del film che potrebbe vincere l’Oscar quest’anno. È anche la sintesi perfetta per descrivere il mondo fuori dal Dolby Theatre.