Sul suo account di Spotify Sara Gioielli ha una playlist che si intitola Come far piangere Sara. C’è dentro l’indie malinconico di Bon Iver, il cool jazz di Bill Evans, la voce di grandi interpreti italiane come Mina e Mia Martini. È una parte di quello che ha ispirato la cantante puteolana nata nel 2001 a scrivere il suo album d’esordio, Gioielli Neri, uscito il 16 ottobre 2025.
«Lo scorso anno per me è stato pieno di ballad. Ho ascoltato spesso Sara Vaughan, James Blake. Cito anche Laura Marling, scoperta in un film pazzesco (Woman Driver, ndr) che mi ha fatto innamorare di lei. Sono artisti che ho preso come riferimenti emotivi. Non tanto per la sonorità, perché per me il suono che doveva avere il disco era chiaro da subito», racconta a Zeta.
Fino ai diciannove anni Gioielli è una voce bianca del coro del teatro San Carlo di Napoli. Cresce con una formazione classica, inizia a sviluppare le bozze delle sue canzoni già durante il periodo del liceo. «Dopo la laurea mi sono detta: okay, cosa senti di voler fare? Mi sono risposta che volevo prendermi un periodo per dedicarmi solo alla musica, per vedere cosa sarebbe successo, anche solo per fare qualcosa di coerente con me stessa». Collabora con artisti come La Niña e Liberato, si esibisce di fronte a Madonna in uno show organizzato per festeggiare i 66 anni della diva americana agli scavi di Pompei. Poi decide che è arrivato il suo momento.
Il risultato è un disco che si inserisce in una nicchia poco frequentata dai musicisti italiani: quella del pop orchestrale e dell’art pop, al confine tra musica sacra e cantautorato, nello stile portato al successo a livello internazionale da un’artista come Rosalía. Di cui Gioielli, non a caso, è grande fan: «Essere paragonata a lei è una cosa che mi onora. Stiamo parlando di un personaggio che ha rivoluzionato la musica popolare, non solo con la visione, ma anche con la tecnica. Mi piace il suo approccio artistico estremo, il connubio tra il suo pensare da produttrice e la sua identità vocale».
Rispetto alle atmosfere di Lux, l’ultimo lavoro in studio della cantante spagnola, lo stile di Gioielli è più minimalista: la voce domina le tracce, gli strumenti sono una cornice che accompagna un racconto che parte sempre dalle sue origini. «Gioielli Neri è nato in primis a casa mia, nella mia camera. Poi al Conservatorio di Napoli, dove andavo per staccare e per scroccare il pianoforte», aggiunge ridendo. «Una buona parte anche dentro Palazzo Venezia, sempre nel capoluogo campano, in un chiostro bellissimo in cui cercavo la pace. Ma durante la fase creativa ho scritto ovunque. Il riff di Aspettami altrove, il sesto brano dell’album, l’ho composto alla festa di compleanno di un amico: c’erano diversi musicisti, stavamo suonando, ho sentito quegli accordi forti dentro di me e li ho registrati al volo con il telefono per non perderli».
C’è un altro elemento imperdibile, per la cantante, il legame con Pozzuoli, la sua città. «L’ultima canzone l’ho registrata qui, davanti al mio mare. Ho pensato che fosse giusto dedicarlo a lui. Senza queste onde non ci sarebbe stato il disco, perciò sono grata».
Un tentativo di unire tradizione e modernità che Gioielli vuole portare anche sul palco nella dimensione live del suo progetto: «La mia musica dev’essere uno scambio con il pubblico. Quando ho suonato al Magnolia di Milano, lo scorso 17 gennaio, ho visto gente piangere di fronte a me in un club e questo mi ha riempito. La vivo come una missione, voglio continuare a cercare quest’emotività. Offrire alle persone, anche solo per mezz’ora, la possibilità di entrare di nuovo a contatto con le loro emozioni».