A Tor Tre Teste, nella periferia est di Roma, si è appena conclusa la messa della domenica e Gianluca taglia il pane fatto con il lievito madre del Manto di Maria (lievito madre naturale dal colore azzurro, più digeribile grazie alla fermentazione lenta, simbolo di condivisione e spiritualità comunitaria) mentre accanto a lui un uomo con lo smanicato, il tau al collo, una collana con un sasso, un’ascia nella fondina e un cappello con la piuma porge le fette ai presenti con un tovagliolo. Gianluca è un detenuto in pena alternativa e l’uomo che lo sta aiutando un ex comandante dei Carabinieri: il Capitano Ultimo, Sergio De Caprio, colui che arrestò Riina e che oggi vive sotto scorta, ma continua a stare accanto agli ultimi. Il loro gesto dona forma concreta alle parole evangeliche: «Questo è il mio corpo» (Matteo 26,26) e «Voi stessi date loro da mangiare» (Matteo 14,16).
Siamo alla Tenuta della Mistica, una comunità di accoglienza e reinserimento sociale nata attorno all’esperienza dei volontari del Capitano Ultimo. Qui vivono persone senza dimora, detenuti in pena alternativa, volontari impegnati in attività di lavoro e mutuo aiuto e una casa famiglia con minori in affido dal tribunale. L’acqua sgorga dalla pietra e accompagna ogni momento della vita comunitaria e della liturgia, nella struttura realizzata e donata da un volontario che costruisce opere in roccia.
La cappella di legno è poco distante dagli alberi di susini in fiore. Lì Gianluca sta preparando la messa, sistema il pane sul tavolo alla destra dell’altare e racconta da dove parte la sua fede: «Nove anni fa ho avuto un incidente, sono stato trentacinque giorni in coma, avevano detto a mia madre che forse non ce l’avrei fatta, ho delle placche in testa e quando cambia il tempo il dolore si sente, ma sono qui, e per questo credo in Dio». Ha ventotto anni, viene da Torvajanica, muratore da quando ne aveva sedici, nove mesi di carcere, oggi in pena alternativa, tre anni ancora da scontare lavorando come fornaio nella comunità. «Quando sono arrivato non sapevo nemmeno toccare l’impasto, si appiccicava tutto, era un disastro, mi hanno insegnato, in un mese ho imparato». Una volta a settimana il padre di Gianluca porta suo figlio Christian alla Tenuta per passare del tempo assieme: «questo è un bellissimo posto per farlo giocare, io qui sto bene, tengo la testa occupata grazie a questo lavoro e cerco di non preoccuparmi troppo della pena che devo ancora scontare».
La celebrazione prende forma in modo essenziale e aperto: le persone si raccolgono, e al termine tre preghiere si susseguono: una di un imam, una di un membro della comunità rom che lavora in cucina per il ristorante Il Mendicante, una in spagnolo da un visitatore che prega per i preti delle favelas. Tradizioni diverse che convivono, come nella vita quotidiana della Tenuta. È lo stesso Capitano Ultimo a ricordare il senso di ciò che accade: «È la preghiera dei poveri, non ve lo dimenticate mai, qua si fa mutualismo, ognuno contribuisce, nessuna pietà fine a se stessa».
Qualche ora prima il comandante era seduto su una sedia di legno con il falco pellegrino al polso, considerato dai falconieri la “Ferrari” del settore, il cane Argo poco distante. Accoglieva uno dei ragazzi in pena alternativa che sta per partire per il Nord Africa e si assicurava che avesse con sé il necessario: «Chi cucina, tua madre? Le devi portare queste cose». Nello stesso momento una persona arrivava con una cassa di arance e limoni come contributo spontaneo.

Per alcune famiglie con bambini veniva fatto volare soltanto la poiana del deserto, Agata, in una dimostrazione semplice e controllata, Maddalena e Manuel seguivano i movimenti del rapace.

Agata, Poiana del deserto 
Via della Tenuta della Mistica 
Il Falco Pellegrino del Capitano Ultimo 
La torre in pietra dove si esercitano i falchi
Intorno si estende la struttura della Tenuta: la casa famiglia con quindici persone autorizzate dal tribunale in un percorso di reinserimento, la casa destinata a chi non riesce ad accedere neppure ai servizi minimi di assistenza dello Stato, la pelletteria, il fabbro, il magazzino dove vengono raccolti gli attrezzi e tutto ciò che serve per mantenere il verde e le attività, l’orto sociale che rifornisce il ristorante a km zero Il Mendicante e la Pizzeria della Torre del Rischiaro.

La casa famiglia 
L’ingresso per i volontari 
La struttura per le persone in povertà assoluta 
La taverna “Il Mendicante”
Davanti al monumento donato dall’Arma dei Carabinieri Petalo si ferma e indica lo spazio intorno spiegando che lì si possono organizzare area picnic e area eventi, poi racconta il suo legame con il comandante: «Io l’ho incontrato ventitré anni fa, quando era ancora in servizio, e da quel momento sono rimasto con lui. Abbiamo lavorato insieme nell’aspetto investigativo e ora lo seguo anche nella tutela». Ricorda che «nonostante sia in pensione, gli viene riconosciuta una tutela dall’UCIS perché c’è sempre una minaccia latente su di lui», aggiunge «stare dietro a lui comporta rinunce e sacrifici, ma la cosa bella è che lui è in prima linea con te, spende più di te, questo ti dà coraggio», e conclude «in qualsiasi ambito, se chi guida combatte con te prima di te e meglio di te, puoi solo sentirti obbligato a fare come lui».
Spiega che l’associazione è nata formalmente il 23 maggio 2009 perché c’era la casa famiglia e intorno a quei ragazzi è cresciuta una comunità di mutuo soccorso che oggi ospita gratuitamente quindici persone senza dimora impegnate a sopravvivere insieme. «Qui tutto è dedicato al sociale». Volontari del Capitano Ultimo, viandanti del web e della strada, nessun profitto personale, nessun contributo pubblico. Grazie alle donazioni di chi ogni fine settimana siede alla Tavola del Mendicante si garantisce un pasto gratuito ogni giorno a chi non può pagare. La domenica alle tredici, alla messa dei poveri, si dona il pane e si ridistribuisce il ricavato delle attività come povera preghiera di strada. All’ingresso del ristorante una targa ricorda che «in questo locale accettiamo il lavoro solo come completamento della personalità umana, strumento di sopravvivenza per l’uguaglianza e la fratellanza – tutte le attività della nostra associazione sostengono la sopravvivenza di persone emarginate».
Due ospiti osservano che è un luogo semplice e raro, che tentativi così ne restano pochi.
Il comandante si ritira per il pranzo nella casetta dietro la falconeria insieme a don Massimiliano Caliandro, che ha celebrato la messa, a Ottobre che ha suonato la fisarmonica anche durante la celebrazione, ad Armando, detto Armandino, collaboratore stretto che lui chiama Dino perché il più giovane e che gestisce l’associazione al suo fianco. Passa una donna rom segnata da una grave frattura familiare, da vent’anni non è più riuscita a riconciliarsi con la figlia ma qui «ha imparato a scrivere, piano piano, e adesso scrive da sola».

Alla fine del pranzo il comandante indica la croce sopra la struttura e dice: «Questa l’hanno realizzata i detenuti del carcere di Bologna». L’oggetto è legato alla memoria di un cappellano militare contrario alla guerra, che l’aveva chiesta al Capitano Ultimo per combattere la malattia. Dopo la morte è stata riportata da un parente del cappellano ed è custodita qui come segno conclusivo, di una fede che tiene insieme ferite, giustizia e misericordia, mentre l’acqua continua a scorrere e il pane continua a essere spezzato.



