«L’Europa non dovrebbe limitarsi a criticare gli Stati Uniti, ma essere costruttiva e sviluppare strategie precise, basate su analisi, per trovare modi di collaborare.» L’ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO e in Ucraina, Kurt Volker, è stato ospite dell’incontro «The War in Iran, President Trump, Europe, and the Future of Global Security: Where Are We Going?», organizzato dal Consiglio per gli Stati Uniti e l’Italia, dove ha condiviso le sue riflessioni sul panorama geopolitico. «Non sono tutti conflitti separati, è una guerra unica», ha proseguito Volker, analizzando le tensioni globali, dall’Iran fino all’intervento del presidente Usa Trump in Venezuela, centrale per l’economia cubana, oggi in forte difficoltà anche a causa della riduzione delle forniture di petrolio. Sulla guerra in Iran ha affermato: «Io non l’avrei iniziata e non credo che il pubblico americano la supporti, ora che ne sono dentro». Secondo lui, le opzioni sono due: continuare fino a un cambio di regime, con una leadership sostenuta dal popolo iraniano e con cui gli Stati Uniti possano dialogare, oppure negoziare con l’attuale regime, in particolare su questioni come il passaggio navale delle rotte nel Golfo. L’incontro, presieduto dal Presidente del Consiglio per le relazioni Italia- USA Domenico Siniscalco, si è concluso con una sessione di domande e risposte. Al termine, Volker ha risposto ad alcune domande di Zeta Luiss.
Lei ha commentato la strategia europea nei confronti degli Stati Uniti: cosa ne pensa invece di quella italiana?
«Essere collaborativi e cercare modi concreti di lavorare con gli USA è la scelta giusta, e penso che l’Italia stia cercando di farlo. Anche in Europa la polarizzazione politica e sociale è molto forte, dalla Germania alla Francia. In molti casi, l’estrema destra è anti-NATO, anti-americana, anti-UE, talvolta filo-russa. Ciò che sta facendo la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni è di mantenere posizioni di destra sulle questioni interne, ma allo stesso tempo essere filo-NATO e collaborativa con gli Stati Uniti. È un approccio quasi unico in Europa e potrebbe indicare la direzione che la destra europea dovrà seguire per restare rilevante.»
Qual era, secondo lei, lo scopo dell’attacco all’Iran di Trump?
«Chiamarla strategia sarebbe un ossimoro: io penso abbia agito seguendo il suo istinto. L’iran è visto come nemico storico dal 1979, responsabile di attacchi e destabilizzazione nella regione. Quando si presenta un’opportunità di intervento, come è stata l’azione di Israele o la possibilità di colpire il programma nucleare o la leadership, Trump accetta senza nessuna pianificazione per il dopo. A mio avviso, è un’operazione che è andata molto male. Ma non penso lo ammetterà.»
Trump come è cambiato tra la prima e seconda amministrazione?
«La differenza principale sta nello sviluppo del suo approccio. All’inizio, aveva un piano chiaro con molti ordini esecutivi: aumentare la produzione di petrolio e gas, contenere l’inflazione, chiudere i confini, deportare immigrati clandestini con precedenti penali, erano tutti temi popolari che lo avvicinavano alla base elettorale. Poi però si è spinto oltre: non ascolta consigli e si circonda di persone che lo assecondano, attuando misure impopolari. L’ICE e la pressione sulla Federal Reserve affinché abbassasse i tassi di interesse, pur non essendoci condizioni economiche favorevoli, ne sono esempi.»
Ci sono dei trend e segnali negli Usa che dovremmo osservare?
«Tra i segnali più rilevanti vi è la possibile perdita di connessione tra Trump e la sua base elettorale, un fenomeno che appare già in atto. Il Tycoon sostiene che l’economia vada molto bene, ma non è questa la percezione reale della gente. Tutti sono ansiosi per il futuro, e la guerra con l’Iran, che nessuno si aspettava, è un conflitto che metà dei suoi sostenitori giudica privo di razionalità strategica. Un altro elemento da seguire sono le elezioni di metà mandato: i repubblicani rischiano di perdere tre seggi chiave al Senato, in Maine, North Carolina e Georgia, e con un’ulteriore sconfitta potrebbe costargli la maggioranza, oltre a quella della Camera. Guardando al 2028, Trump tenterà di imporre la propria influenza sulle presidenziali, designando di fatto il candidato repubblicano. E i democratici come risponderanno? Tra i nomi più solidi ci sono J.B. Pritzker e Josh Shapiro, entrambi moderati. L’esito del confronto dipenderà anche da questo: un candidato centrista contro un profilo estremista repubblicano potrebbe prevalere, mentre posizioni radicali da ambo le parti rischiano di alienare l’elettorato moderato.»








