«Quello che dico può sembrare duro, ma la diplomazia consiste nel parlare con i leader degli altri Paesi». Così il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ammette durante un evento elettorale di avere informato per anni il capo della diplomazia russa, Sergey Lavrov, prima e dopo i vertici europei. Una precedente inchiesta del Washington Post aveva svelato che Szijjártó dava «resoconti in tempo reale su quanto veniva discusso», e che «di fatto, ogni riunione dell’Unione europea per anni ha avuto Mosca seduta al tavolo».
Il Consiglio dell’Ue sta verificando eventuali violazioni della riservatezza da parte dell’Ungheria, mentre la Commissione europea ha definito il caso «altamente preoccupante» e ha chiesto chiarimenti a Budapest, che il prossimo 12 aprile affronterà le elezioni parlamentari. Prima di ammettere le comunicazioni con il Cremlino Szijjártó le aveva negate ed etichettate come fake news utili a «permettere che in Ungheria si insedi un governo fantoccio favorevole alla guerra (in Ucraina, ndr)».
Il presidente Viktor Orbán aveva poi ordinato un’indagine su una presunta sorveglianza illegale ai danni del suo ministro, sostenendo che fosse in corso un’operazione di spionaggio da parte di nemici stranieri. «L’intercettazione delle conversazioni di un ministro è un grave attacco all’Ungheria, motivo per cui ho incaricato il ministro della Giustizia di avviare immediatamente un’indagine approfondita», ha scritto su X il portavoce dell’esecutivo di Orbán, Zoltán Kovács.
Alle prossime consultazioni il partito di opposizione Tisza, guidato dal candidato anticorruzione Péter Magyar, è dato in vantaggio al 48% secondo gli ultimi sondaggi di Politico. Fidesz, partito di governo, è in calo al 39% a causa della crisi economica. Il voto potrebbe segnare la fine di 16 anni ininterrotti di presidenza e una possibile vittoria del centrodestra filoeuropeo. L’europarlamentare del partito democratico Brando Benifei commenta a Zeta Luiss: «Si prospetta un grande cambio nel Paese, ma quanto emerso sui rapporti tra Szijjártó e Lavrov non può sparire. Serve un’investigazione approfondita per accertare responsabilità e per sanzionare».
La risposta dell’Ungheria
Orbán ha reagito allo scandalo costruendo una contro-narrazione basata sulla minaccia esterna. Le autorità e i media filogovernativi ricorrono a campagne mirate per screditare singoli giornalisti, come nel caso di Szabolcs Panyi, già preso di mira da software di spionaggio nel 2021. Accusato di cospirazione con servizi stranieri in merito, Panyi ha poi respinto con fermezza le accuse, dichiarando al giornale online Telex di non avere alcun coinvolgimento in nessuna intercettazione e di aver svolto un normale lavoro di verifica.
Sui social network emergono strategie più pervasive di manipolazione dell’opinione pubblica, facilitate dall’uso dell’intelligenza artificiale. I contenuti video circolano su TikTok e rafforzano il consenso verso il primo ministro Orbán, screditando Magyar. Sono 34 gli account falsi identificati dal sito NewsGuard, impegnato nel contrasto alla disinformazione. La campagna promuove video contro Magyar e suggerisce che, sotto la sua leadership, gli uomini ungheresi saranno arruolati nella guerra in Ucraina.
I rapporti con l’Ue
Le inchieste e il lavoro dei giornalisti rischiano di danneggiare il governo impegnato nella campagna elettorale. Orbán arriva alle elezioni con un passato di ambiguità in politica estera. Budapest è parte dell’Unione europea e della Nato, ma da anni intrattiene rapporti privilegiati con il Cremlino. Anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha mantenuto posizioni distanti dagli alleati europei. Il 23 febbraio, Ungheria e Slovacchia hanno bloccato il prestito di 90 miliardi di euro per sostenere Kiev e si sono opposte al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Secondo il presidente del Consiglio europeo António Costa: «Nessuno può ricattare le istituzioni dell’Unione europea». E ancora «È assolutamente inaccettabile quello che sta facendo l’Ungheria. Questo comportamento non può essere approvato dai leader».
I funzionari dell’Ue affermano che Kiev potrebbe restare senza fondi entro poche settimane se non riceverà nuovi finanziamenti, e che il dietrofront di Orbán ha messo in discussione la credibilità del Consiglio europeo, a meno di un mese dalle elezioni che decideranno il futuro dell’Ungheria.








