Il complesso ritorno nello spazio degli Stati Uniti, tra ritardi tecnici, attori privati e la sfida cinese
Gli studenti si affrettano a prendere posto sugli spalti, accorsi dalle scuole di tutta Houston, Texas, per assistere al discorso di un uomo che sta per promettere l’impossibile. Quando entra nello stadio della Rice University, l’intervento che pronuncia è breve, poco più di venti minuti, destinati però a passare alla storia. «We choose to go to the Moon, not because it is easy, but because it is hard». «Abbiamo scelto di andare sulla Luna e non perché sia facile, ma proprio perché è difficile».
È il 12 settembre 1962 e a parlare è il 35° Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Sette anni dopo, il 20 luglio 1969, l’uomo mette piede per la prima volta sulla Luna con Apollo 11. Tra il 1969 e il 1972 seguono altre sei missioni, per un totale di dodici uomini che calcano il suolo lunare. Poi, per oltre mezzo secolo, più nulla.
Fino ad oggi. Tra il 1° e il 7 aprile quattro astronauti partiranno per un nuovo viaggio attorno alla Luna nell’ambito di Artemis II, la prima missione con equipaggio del programma Artemis. Il volo, che non prevede un allunaggio, durerà circa dieci giorni e rappresenta un passaggio chiave verso Artemis III, che avrà il compito di riportare l’uomo sulla superficie lunare.
«Questo lancio è, di fatto, una prova con un team a bordo», spiega Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico con oltre trent’anni di esperienza nel settore aerospaziale. «Serve a testare l’abitabilità della capsula Orion nello spazio profondo, in modo simile a quanto avvenne con Apollo 8 nel 1968».
Il progetto Artemis, lanciato nel 2017 dalla NASA, nasce però in un contesto molto diverso rispetto ad Apollo: più frammentato, più costoso e fortemente condizionato da scelte politiche e industriali. Il ritorno sulla Luna passa infatti dal Lunar Gateway, una stazione spaziale in orbita lunare pensata come infrastruttura intermedia per le missioni di superficie e, in prospettiva, per Marte.

I problemi del programma Artemis
Secondo Michael Griffin, ex amministratore della NASA, il Gateway è «tecnicamente complesso, costoso e strategicamente discutibile». Un giudizio che trova riscontro nei ripetuti ritardi e nella dipendenza da sistemi che ancora non esistono. «Oggi ci sono oggettive difficoltà nel pensare che Artemis III possa davvero far sbarcare uomini sulla Luna», avverte Spagnulo.
Anche la missione in partenza si è scontrata con una realtà più complessa del previsto. Il lancio, inizialmente previsto per i primi giorni di febbraio, è stato posticipato di due mesi per problemi tecnici emersi durante i test di rifornimento.
Il crescente coinvolgimento di privati rende poi il quadro ancora più politico. SpaceX di Elon Musk è centrale nello sviluppo del lander lunare, ma continua ad accumulare battute d’arresto e test falliti. A questo si aggiunge l’ingresso di Blue Origin di Jeff Bezos nel panorama e la nomina di Jared Isaacman, miliardario vicino a Donald Trump, alla guida della NASA. Un segnale chiaro del nuovo paradigma: lo Stato acquista servizi, ma sono i singoli soggetti a dettare il ritmo. «L’esplorazione lunare non è solo scientifica», sottolinea Spagnulo. «È anche strategica e militare. La vera domanda è quanto questi privati interagiranno con il Pentagono».
Oltre gli Stati Uniti
Intanto gli avversari avanzano. La Cina ha annunciato l’obiettivo di portare astronauti sulla Luna entro il 2030, seguendo una roadmap chiara e fin qui rispettata. «Pechino punta al controllo delle risorse e delle posizioni strategiche», osserva Frediano Finucci, capo della redazione economia ed esteri del Tg de La7 e volto di Omnibus. «Gli Stati Uniti, invece, sembrano incerti su cosa vogliono davvero fare».

Secondo Finucci, infatti, il nodo è politico: «A Trump lo spazio interessa solo se è funzionale alla difesa. Artemis è un programma che non vede come business né come priorità strategica». Il rischio, allora, è che la Luna torni al centro della competizione globale senza che Washington abbia una visione coerente, con effetti diretti anche sugli alleati.
L’Europa, attraverso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), partecipa al progetto Artemis con moduli e tecnologie chiave, ma non dispone di capacità autonome per una missione lunare completa. Senza il supporto della NASA, dai lanciatori ai sistemi di trasporto umano, il contributo resta incompleto.
In questo quadro si inserisce anche l’accordo firmato ieri dall’Italia con la NASA per l’utilizzo dei moduli abitativi sviluppati da Leonardo e per l’inserimento di un astronauta italiano nelle future missioni Artemis: un passo che rafforza il ruolo industriale italiano, ma che conferma al tempo stesso una dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. Se Artemis dovesse rallentare o ridimensionarsi, anche il ruolo europeo rischierebbe di svuotarsi, lasciando campo libero alla Cina e ad altri attori in un contesto in cui lo spazio sta diventando sempre più centrale per sicurezza, risorse e potere.
Sessant’anni dopo Kennedy, la domanda non è più solo se l’uomo possa tornare sulla Luna, ma piuttosto se gli Stati Uniti siano ancora disposti, e capaci, di guidare questa nuova fase della competizione spaziale.








