Un argentino ha vissuto 46 anni sotto un’identità rubata. Il 14 marzo 2026, seduto al Nuovo Cinema Aquila di Roma, mano nella mano con la sorella biologica e i figli, vedeva la sua storia prendere vita sul grande schermo. L’uomo è Daniel Santucho Navajas, uno dei circa 500 neonati rapiti durante la dittatura militare argentina. Oggi, in occasione del 50° anniversario del colpo di Stato, il documentario Identidad (2025) porta la sua vicenda all’attenzione del pubblico. La co-regista Florencia Santucho sottolinea l’urgenza: «Queste storie devono continuare a circolare, perché queste dinamiche esistono ancora, non solo in Argentina ma in tutto il mondo».
Il documentario segna il debutto alla regia di Florencia, che lo ha co-diretto insieme a Rodrigo Vázquez-Salessi. Per lei, realizzare questo film ha significato muoversi in bilico tra il ruolo di regista e quello di testimonio, poiché è la sorella biologica di Daniel. Identidad lo segue dal momento in cui, nel luglio 2023, è stato identificato come “Nipote 133” dalle Nonne di Plaza de Mayo, l’organizzazione per i diritti umani che da decenni ricerca i bambini sottratti durante la dittatura tra il 1976 e il 1983.
«Questa storia vuole mostrare ai giovani che non c’è distanza tra passato e presente. Purtroppo stiamo rivivendo situazioni di guerra e genocidio. L’unico modo per resistere è mantenere viva la memoria», dice Florencia dopo la proiezione.
La dittatura argentina sotto Jorge Rafael Videla fu un prodotto della strategia di “contenimento” della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti privilegiarono la “stabilità” rispetto alla democrazia, sostenendo un regime che soppresse le libertà civili e commise atrocità di massa. Una delle tante ingiustizie fu quella dei desaparecidos: persone detenuti in segreto, torturate e uccise, mentre i loro figli venivano affidati a famiglie legate al regime. Daniel Santucho Navajas era uno di quei bambini.
Oggi, quella memoria deve essere difesa. Il presidente Javier Milei cerca di riscrivere la storia, dichiarando che «non ci sono stati 30.000 vittime» e definisce la dittatura una «guerra» con alcuni eccessi. I partiti di estrema destra ricorrono al revisionismo storico per delegittimare l’ordine democratico e presentare il passato autoritario come una presunta difesa dell’identità nazionale. Tra le nuove generazioni che non hanno vissuto la dittatura, questo discorso trova terreno fertile.
Per Florencia il problema non riguarda solo l’Argentina: «Oggi, il diritto all’identità viene ancora violato. I bambini a Gaza scrivono i loro nomi sulle braccia per essere identificati, mentre chi muore nel Mediterraneo rischia di diventare i nuovi desaparecidos». È una realtà con cui i giovani sono chiamati a confrontarsi, e Identidad la racconta senza filtri.
All’inizio del film, Daniel sfoglia album di foto di famiglia con suo padre, imparando i nomi di parenti mai conosciuti, uccisi. La cifra di 30.000 desaparecidos può sembrare astratta. Eppure il documentario porta quella realtà in primo piano in modo viscerale.
La scena più straziante arriva quando Daniel e la sua famiglia visitano il Pozo de Banfield, il centro di detenzione clandestino dove è nato. Una tristezza lancinante lo assale al pensiero delle sofferenze che sua madre vi ha sopportato, ma sente un fragile conforto nel sapere che quel luogo fu anche l’ultimo dove lo tenne tra le braccia.
Daniel ha raccontato al pubblico di essere stato spinto a realizzare il documentario «per liberarmi di tutto quel dolore, di tutta l’angoscia di una vita vissuta nella menzogna. È un modo per guarire e trasformare questo dolore in amore».
Da bambino, guardava Televisión por la Identidad, la serie TV sui bambini rubati durante la dittatura. A sua insaputa, il desiderio di conoscere la verità era già nato. Identidad spera di fare lo stesso per una nuova generazione: parlare ai giovani, mentre la storia che preserva viene contestata e riscritta.
«Il cinema e la cultura piantano un seme», ha detto Daniel. «Anni dopo, la verità può emergere».









