Strage di Pizzolungo, 41 anni dopo

Un sorpasso azzardato, il riflesso del sole sui vetri delle auto e una manciata di secondi che separano la quotidianità dall’inferno. Sulla strada che attraversa Pizzolungo, in provincia di Trapani, la mattina del 2 aprile 1985, il destino di Barbara Rizzo e dei suoi due gemelli Giuseppe e Salvatore Asta di sei anni si incrocia con quello del magistrato Carlo Palermo nel mirino della mafia. Barbara Rizzo sta accompagnando a scuola i figli quando la loro Volkswagen Scirocco si ritrova a fare da scudo alla blindata del magistrato Palermo proprio nel momento in cui viene attivato l’esplosivo. Quello che doveva essere l’attentato a un giudice si trasforma in un massacro di civili, lasciando un vuoto che continua a interrogare la coscienza del paese.

Oggi ricorre il 41° anniversario della strage di Pizzolungo, un eccidio che ha segnato profondamente la storia d’Italia. Quella tragica fatalità permise al magistrato Carlo Palermo di sopravvivere, seppur ferito insieme alla scorta, ma non lasciò scampo a Barbara e ai suoi figli.

«All’epoca svolgevo le funzioni di giudice istruttore penale a Trapani e la macchia di sangue lasciata dal corpicino straziato di uno dei bambini sulla parete di una palazzina a centinaia di metri dal luogo dell’esplosione rimarrà per me un indelebile e terribile ricordo per alimentare e custodire il dovere della memoria», dice Ottavio Sferlazza oggi giudice in pensione.

Tra i sopravvissuti alla strage, oltre al magistrato Palermo, l’autista Rosario Maggio e gli agenti Raffaele Di Mercurio, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta. Margherita Asta, la sorella maggiore dei gemelli, che all’epoca aveva dieci anni, si è salvata solo perché quella mattina aveva deciso di chiedere un passaggio a una vicina per non fare tardi a scuola.

Alle condanne di Salvatore Riina e Vincenzo Virga, separatamente giudicati con il rito abbreviato, e di Antonino Madonia e Baldassare Di Maggio, giudicati con rito ordinario, solo dopo alcuni anni si è aggiunta quella di Vincenzo Galatolo, rappresentante del clan dell’Acquasanta, inserita nel mandamento di Resuttana (Palermo), feudo della famiglia Madonia di cui Galatolo è sempre stato il braccio destro e fiduciario.

Questa verità processuale è emersa grazie a un fatto di straordinaria importanza civile: la scelta di Giovanna Galatolo, figlia del boss, di collaborare con la giustizia, fatta in solitudine e spinta dalla volontà di ripudiare le sue origini mafiose. «La decisione è stata presa per motivi strettamente personali e per la necessità di affrancare lei e la figlia dalle soffocanti regole imperanti all’interno della sua famiglia di origine», ha detto Giovanna Galatolo.

La scelta di Giovanna Galatolo si inserisce nel solco tracciato da altre donne coraggiose che hanno deciso di rompere il silenzio. È il segnale di un cambiamento culturale profondo, dove le madri decidono di riscattare la propria dignità.

Attraverso il «ripudio della logica della obbedienza acritica e della sottomissione al capo-famiglia, queste donne decidono finalmente che si può assicurare ai figli un futuro diverso da quello delle scelte criminali dei padri, scardinando dall’interno la struttura familistica della mafia e della ‘ndrangheta», dice ancora Sferlazza.

Dal 2012 esiste il protocollo e progetto di legge “Liberi di scegliere”, dal titolo del libro di Roberto Di Bella e Monica Zapelli, per tutelare i giovani figli di famiglie mafiose, ma anche donne o genitori che decidono di allontanarsi dal contesto della criminalità organizzata.

Celebrare Pizzolungo oggi significa onorare la memoria di Barbara, Giuseppe e Salvatore sostenendo quella che il magistrato definisce «libertà orientata verso la legalità ed il bene comune».  

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