Esclusiva

20 Giugno 2020
Il “mancino di Dio”

Addio a Mario Corso, colonna portante negli anni della grande Inter, il rapporto burrascoso col “Mago” Helenio Herrera, e quei tiri “a foglia morta”, delizia nerazzura e croce per i portieri avversari

«Siamo stati bravi ma ci ha battuto il piede sinistro di Dio». Ramat Gan, periferia Est di Tel Aviv, è il 15 ottobre del 1961 e a parlare è Gyula Mándi, il ct della nazionale israeliana. Corso ha appena castigato la nazionale avversaria in casa con una doppietta che sposta il risultato dell’Italia sul 4 a 2, durante la partita che vale per le qualificazioni ai mondiali cileni dell’anno seguente. Entrambi i palloni volano in rete colpiti da quel mancino infallibile. Il destro, di piede, lo usava solo per salire sul tram.

Giocatore di gran classe, per quanto “statico”, assecondando la sua indole fin da ragazzo divenne uno specialista nei calci da fermo, rimanendo anche una o due ore dopo allenamento solo per perfezionare i calci di punizione, arrivando a fare di quel tiro a “foglia morta” il suo marchio di fabbrica e una delle minacce più temute dai portieri avversari.

Veneto, nato a San Michele Extra, quartiere della periferia Est di Verona il 25 agosto del 1941, muove i primi passi nelle giovanili dell’Azzurra Verona, per poi passare all’Audace San Michele, dove viene notato dagli agenti dell’Inter, in cerca di promesse per il proprio vivaio.

Ad accorgersene era stato il dottor Giulio Cappelli: si era fermato a bere un caffè mentre stava andando a Venezia per un matrimonio. Affianco al bar c’era un campo da calcio, buttò un occhio e vide un ragazzino, che aveva movenze e tiri formidabili: «C’è un qualche parente da queste parti?». Un signore gli disse: «Guardi quello lì è il padre». Cappelli lo avvicinò: «Mercoledì accompagni suo figlio a Milano, per provare con l’Inter, tenga ecco, questi sono i soldi per il viaggio».

A Milano si trasferisce subito, già dal 20 giugno 1958 e non se ne andrà più. In nerazzurro il debutto a 16 anni, durante una partita di Coppa Italia contro il Como vinta per 3-0 dall’Inter, dove segna il gol del 2 a 0 e diventa il più giovane marcatore della storia del club.

“Mariolino”, come viene ribattezzato dai tifosi, diventerà una delle colonne portanti della grande Inter, a cui rimarrà legato per quasi tutta la sua carriera da giocatore collezionando in nerazzurro 509 presenze e 94 gol. Pezzo insostituibile della scacchiera nella squadra degli anni di Helenio Herrera, non tanto per l’allenatore, quanto per la dirigenza. Il rapporto tra il veronese e l’allenatore argentino era tutt’altro che semplice.

Leggenda vuole che a fine stagione, ogni estate “il Mago” Herrera si presentasse puntualmente da Moratti per presentargli un foglietto scarabocchiato a penna Bic con su scritta la lista di “quelli da vendere” e di “quelli da comprare”, e che in cima alla lista dei primi ci fosse ogni anno un cognome: Corso. Moratti scorreva la lista, ragionava borbottando, approvava questo e quello ma poi rigorosamente prendeva la penna e tirava una linea sopra quel nome. «Io Mario non lo vendo». Dove Herrera voleva geometria e intensità, Mario era fantasia. Tra i due, sopportazione.

Nella  grande Inter giocava dove lo conduceva l’estro, un’ala d’attacco, di difficile collocazione, sempre in oscillazione tra il centrocampo e l’area di rigore, preferendo sempre l’assist alla conclusione personale. Trequartista, ancor prima che il termine esistesse. Amatissimo anche da Lady Erminia, moglie di Angelo Moratti «Non andavo a San Siro solo per lui, ma se c’era lui ci andavo più volentieri».

Assieme a quelli di Omar Sivori, i suoi erano i calzettoni arrotolati alla caviglia più famosi del campionato italiano, due gambe abituate a far viaggiare la palla piuttosto che macinare chilometri, tendenza per la quale fu preso anche di mira dal grande Gianni Brera, che lo ribattezzò, come spesso faceva coi giocatori «participio passato del verbo correre» rimproverandogli un eccessivo risparmio di energie.

La resa dei conti con “il Mago” arriva però nell’anno in cui, dopo due annate deludenti con Invernizzi, il presidente dell’Inter, Ivanhoe Fraizzoli, decide di richiamare all’Inter Helenio Herrera, che a Milano ha ancora molto credito. Stavolta alla guida non c’è più la protezione di Moratti e la lista di proscrizione del Mago ha al primo posto, come in ogni occasione, il nome di Corso, che finisce al Genoa, dal ’73 al ’75, dove concluderà la sua carriera a seguito di un grave incidente in campo, che gli provoca la rottura della tibia.

Dopo il ritiro dal campo, segue a Coverciano il supercorso per allenatori, che conclude due anni dopo, nel 1977. La prima esperienza è sulla panchina della primavera del Napoli nella stagione ‘78-‘79, quindi al Lecce ed al Catanzaro. Poi il grande ritorno, quello del cuore, la primavera dell’Inter. Nel 1985-86, il presidente Pellegrini lo vuole ad allenare la prima squadra, che porta al sesto posto in classifica, nella sua unica presenza da allenatore in serie A per poi rientrare nei ranghi di osservatore. Il prossimo 25 agosto avrebbe compiuto 79 anni. Ricoverato da qualche giorno in ospedale, se ne va così, il mancino di Dio.