Esclusiva

23 Aprile 2021
Superleague, «la risposta sbagliata a un problema reale»

Cronaca dei due giorni che hanno sconvolto il calcio. Le interviste a Ettore Livini (Repubblica), Simona Caricasulo (Luiss Guido Carli) e Lorenzo Mondellini (Calcio&Finanza)

Molto rumore per nulla. Dopo i proclami del 19 aprile, il super campionato europeo, annunciato da dodici dei club più importanti d’Europa, si è sgretolato in 48 ore. Tra le macerie, resta la storica figuraccia a Juventus, Milan, Inter, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Arsenal, Manchester United e Manchester City, i “club fondatori”, metà dei quali ha scelto di uscire dal progetto a causa delle forti pressioni di tifosi e governi.

«Hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare, ma il problema esiste». Il commento di Ettore Livini, giornalista di Repubblica, mostra l’importanza della pur breve esperienza della Superleague. Le prese in giro da parte dei tifosi non risolvono problemi che il calcio europeo si porta dietro da anni. «I campionati sono in crisi. La Serie A non sta in piedi, fosse un’azienda sarebbe in bancarotta da tempo. Questo malgrado abbiano bilanci truccati, con plusvalenze fittizie, per mettere a posto i conti».

Per Livini, il problema non è circoscritto: «Negli altri Paesi non se la passano meglio. Tutte le dodici squadre della Superleague hanno debiti enormi, tranne Chelsea e Atletico Madrid. Il calcio oggi costa troppo, e secondo questi club il più grande problema è che non riesce a valorizzarsi come merita. Si chiedono come sia possibile che il Super Bowl faccia il quadruplo dei ricavi commerciali della Champions League. Serve garantire maggiore stabilità ai conti delle società».

Si arriverà ad un accordo? «Secondo me sì – continua il giornalista di Repubblica – ma il problema vero di questi club è che non avranno potere nel progettare la nuova Champions, come sperato. Si manterrà la meritocrazia e si troverà un modo per dare loro più soldi. Ma ci vorranno mesi per risolvere la situazione. Il calcio andrà riformato per espandersi in altri mercati, richiamare giovani e aumentare i profitti».

Un mondo che deve diventare sostenibile: «Occorre che le società riducano i costi e aumentino le entrate. Anche la Uefa deve fare il suo dovere e trovare il modo di valorizzare la Champions League. I giocatori costano troppo, gli stipendi pure e le squadre non possono incassare rimanendo sempre in perdita. Forse faranno un Salary Cap».

Gli fa eco Simona Caricasulo, professoressa di Economia aziendale dello sport dell’università Luiss Guido Carli di Roma: «Questa operazione c’entra veramente poco con il concetto classico di sport e si presta a essere considerata più come una grande operazione finanziaria. A mio avviso, partita già da qualche anno. Il Covid è stato solo acceleratore di un processo in atto. Creare un campionato a circuito chiuso per il quale non si accede per merito, ma solo per membership, ha un effetto di stabilizzazione della dinamica del ricavo, che negli altri circuiti internazionali e nazionali è invece sottoposto al dato del risultato sportivo: una fetta dei ricavi dipende dalla vittoria o dalla sconfitta, con la Superlega non sarebbe stato così». 

Al netto di questo strappo epocale, come è possibile che queste dodici società non si aspettassero le proteste? Secondo Livini, «i club hanno sottovalutato il peso politico del calcio. Se poi scendono in campo il primo ministro britannico Boris Johnson e quello francese, Emmanuel Macron, le cose si complicano ulteriormente. Hanno pensato allo sport solo come un’industria, senza considerarne l’importanza sociale».

A pesare su questa tentata scissione così improvvisa, la pandemia. «Il Covid-19 ha causato perdite di centinaia di milioni. I negozi sono chiusi come gli stadi. Hanno accelerato anche per questo. L’arrivo dei soldi delle banche americane gli ha messo fretta, e alla fine la situazione gli si è rivoltata contro».

Superleague, «la risposta sbagliata a un problema reale»

A uscire con le ossa rotte da questa vicenda è soprattutto Andrea Agnelli. Il presidente della Juventus aveva puntato tutto sulla Superlega, dimettendosi anche dall’ECA (associazione dei club europei), di cui era a capo. Per Lorenzo Mondellini, direttore della rivista Calcio&Finanza, «la sua figura esce indebolita per molti motivi. Da un lato, da presidente dell’ECA ha lavorato per altri interessi. Non dico tradendo il mandato dell’UEFA, ma seguendo un altro percorso. L’aspetto pesante, guardando anche alla stampa internazionale, è che a livello di immagine Agnelli è più nel mirino rispetto a Florentino Perez, che sarebbe dovuto essere presidente della Super Lega». 

Agnelli è arrivato ai vertici del calcio internazionale riportando la Juve ad alti livelli, anche se in Europa lo scandalo di Calciopoli era ancora vivo. «Ora ha azzerato quel grande patrimonio di credibilità che si era costruito – continua Mondellini -. Sul lato interno e familiare, John Elkann resta sempre il proprietario della Juventus, anche se Andrea Agnelli è un membro importante di Exor e del consiglio di amministrazione di Stellantis. Vedremo cosa succederà ora». 

Alla base della corsa alla Superlega da parte dei bianconeri, ragioni economiche più che sportive. «Per la Juventus si trattava di mettere a posto dei bilanci, che dopo l’arrivo di Cristiano Ronaldo sono cominciati ad essere molto pesanti – prosegue -. Per l’Inter, che da mesi attraversa problemi finanziari, il presidente Zhang avrebbe potuto chiedere un prezzo superiore per cedere la società (aderendo a questo progetto) o addirittura tenersela, visto che entrava in una macchina da soldi. Per il Milan, partecipare avrebbe voluto dire monetizzare meglio l’investimento, visto che il fondo Elliott ce ne è proprietario prima o poi uscirà dalla società. Questo processo sarebbe stato molto più veloce».

Quanto ha inciso la nazionalità dei presidenti di queste squadre sulla loro adesione al progetto? Per il direttore di Calcio&Finanza, «il fatto che molti siano americani è significativo: gli statunitensi non sono tifosi di calcio, e i presidenti di quella estrazione sono entrati solo per guadagnare. Non hanno la nostra cultura sportiva. Delle 12 società coinvolte, solamente Barcellona, Real Madrid, Atletico Madrid, Juventus e Tottenham hanno presidenti europei. Questo è un dato importante, ci fa capire che la territorialità ha un suo valore. Se possiedi una società calcistica di Milano ma vivi in Cina, percepisci ogni investimento come qualsiasi altro, molto più di quanto lo sentiresti se vivessi nello stesso centro. Non respiri la storia e il significato che ha la squadra per quella città».  

Dello stesso avviso Simona Caricasulo: «È proprio questo rischio sportivo che ci rende europei, perché abbiamo basato il nostro sistema calcio sul concetto di meritocrazia: chi vince va avanti, un approccio di gestione aziendale più strutturata».

La Superleague è stata un terremoto, seppur breve, che ha riaperto le crepe di problemi su cui si discute da anni senza che si arrivi a una soluzione. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se l’Europa calcistica inizierà una vera riforma per rendere il mondo del pallone più sostenibile. Una sfida che Ceferin, presidente della Uefa, dovrà affrontare con urgenza, per evitare nuove scissioni.