Esclusiva

Dicembre 6 2021.
 
Ultimo aggiornamento: Dicembre 22 2021
Luisa Barone

In classe, scuole elementari, chiedono a Luisa Barone di scrivere un tema su “L’avvenimento del fine settimana”: “Non parlai mica del giro fatto in bici, ma del rapimento di Aldo Moro, su cui avevo visto un documentario senza capirci molto”, ricorda divertita. Infatti, scrive di un tale “Aldo Monrò” e la maestra, allarmata, crede che stia raccontando un evento a cui ha assistito in prima persona. “Lì mi resi conto di quanto mi entusiasmassero le notizie. Ma compresi soprattutto che non voglio solo sapere le cose, voglio anche capirle”.

“Non c’è un posto che possa chiamare casa”, dice su di sé, anche perché una casa non la cerca nemmeno. Luisa, infatti, coltiva il sogno di diventare reporter di guerra, un po’ perché non vuol smettere di viaggiare, e un po’ perché vuol essere finalmente testimone di tutto quello che ha sempre studiato nei libri. “Nonostante le preghiere in senso contrario di mamma e papà”, precisa.

Luisa Barone

È nata a Napoli, nel 1997, da padre italiano e madre danese. A 14 anni si trasferisce a Latina, a 18 è il turno di Roma, dove studia Economia e Relazioni Internazionali. In mezzo, un Erasmus in Portogallo e un anno in Francia, per la laurea magistrale.

“Ogni volta che ho dovuto decidere cosa studiare, ho scelto mossa dalla voglia di capire il mondo intorno a me”, spiega seria, con la curiosità di una giornalista e il rigore di un’accademica. Il risultato è in mezzo: “Voglio rendere pratico il sapere teorico. Andare nei punti caldi del mondo, dove si decidono le sorti delle persone, dove nascono le teorie che ho studiato nei miei libri”.

Luisa è dinamica, ambiziosa. Parla veloce quando spiega la passione per il giornalismo, la sua strada. Eppure, nonostante la vocazione per le deadline, a lungo ha creduto che il suo destino fosse la pallavolo. Talento precoce, a undici anni condivideva già lo spogliatoio con atlete adulte. Un ambiente ostile, che l’ha temprata: “Quando sei in mezzo ai leoni, devi imparare a ruggire”. Poi la scalata, fino alla Serie B, ma a 17 anni ha detto “basta”. “È arrivato un momento in cui ho capito che lo sportivo non è padrone di se stesso. Non ero più libera”.

A volte torna a vedere le partite, perché la pallavolo la ama ancora. “In quei momenti penso che darei tutto quello che ho per competere di nuovo. Ma non mi sono pentita: mi ricordo la sofferenza che c’è dietro e non ne vale più la pena”.

Non ha mai svolto lavoro giornalistico prima dell’inizio del Master Luiss, ma il giorno dell’esordio in redazione riceve il primo incarico da cronista. Quando ci pensa spalanca gli occhi: “Sono terrificata dall’idea di andare a fare un’intervista”. Manco fosse una guerra o una schiacciata sotto rete al set decisivo.