Esclusiva

Agosto 2 2022
Lo zoccolo duro delle corride francesi

Nelle arene non si corre
dietro a un pallone come nel calcio, si rischia la morte.

A Mont de Marsan, in Francia, sulla strada dell’Armagnac e del foie gras, ecco l’arena di Plumaçon. È grande ma non si impone, vive dentro la città. Nei giorni della celebrazione della patrona Santa Marie-Madeleine, si respira aria di festa. Banchetti di zucchero filato, giostre, il pubblico in maglietta bianca e foularino blouette al collo in cerca di emozioni e passioni antiche, coraggiose, crudeli, eleganti.

Il toro, divino ancora oggi, con la sua forza attira animi sulle scalinate dell’arena come nella Tauromachia dei greci. Una platea più dura, più esigente, quella delle corride francesi, come più duri sono i tori voluti dai toristi che sono gli appassionati più attenti all’animale epico. Al vertice dell’organizzazione della tauromachia francese Christophe Andinè che, con la carica onorevole di presidente della Commission taurina dell’arena di Plumaçon di Mont de Marsan, assiste alle corride, imperturbabile dietro lo azzurro sguardo impenetrabile.

All’uscita dell’arena, tra una stretta di mano e un sorriso verso il patio dei cavalli, Andinè racconta come recluta i tori “A fine settembre, io e la mia squadra attraversiamo la Spagna con idee precise su quale ganaderia che è l’allevamento del bestiame,scegliere. Ci rechiamo al campo e scrutiamo le qualità e le prestazioni dei feroci animali. Bisogna trovare i migliori tori del momento ed è un compito complicato. Andiamo al campo senza preoccuparci dei toreri, bisogna tener conto di quale corrida andremo a costruire”. Secondo presidente Andinè “Se un organizzatore vuole fare una corrida con un matador molto famoso, non si può andare alla ganaderia senza tener conto di chi lo toreerà, è impossibile, molti maestri vogliono avere accordi con noi e il loro manager”

Christophe Andinè, nativo di Vic – Fezensac, cittadina nel cuore della Francia, compie il miracolo di far parlare i fatti, i toreri, i picadores, i banderilleros e i tori grazie alla sua esperienza “Quando ero piccolo volevo fare il torero, ho toreato, ma più lo facevo più mi allontanavo dall’idea di fare il matador e cresceva in me il desiderio di dedicarmi ad altri ruoli con i tori. A 22 anni decisi, insieme a un sindaco, di creare un bolsin taurino, gruppo che viene in aiuto ai giovani toreri, organizzando un concorso internazionale di novilleri senza cavalli, ragazzi che sfidano tori adolescenti e di peso inferiore rispetto ai matador. Entrai nel Club Taurino di Vic nel 2008 senza avere grandi responsabilità ma nel 2011 quando cambiò la squadra mi proclamarono vice presidente della commissione taurina di Vic – Fezensac, lì iniziarono per me compiti seri da gestire. Lavorai con loro per sette ferie e poi nel 2019 mi incamminai per Mont de Marsan dove il sindaco mi offrì la carica che ho adesso”. Andinè, organizza corride che sono romanzi, scelte estreme e raffinatissime che raccontano l’essenza della più pura tauromachia “Vivo questa passione in un modo romantico. Il Re è il Toro, l’Eroe è il Torero”.

Arriva invece da Arles Jean Baptist Jalabert, già valoroso torero che ora dirige, come già suo padre, l’arena romana più grande di Francia, forse la più bella. “Sono nato in una famiglia dove il toro è il fulcro di lavoro e passione. Fin da bambino ho desiderato diventare torero e ci sono riuscito. Nel 2019 decisi di porre fine alla mia carriera di matador e, mosso dalla curiosità nell’esplorare il mondo taurino, adesso lavoro come impresario, allevatore e manager”.

Jean Baptiste o Juan Bautista, come lo chiamano gli spagnoli, si è recato a Mont de Marsan in vesti di Mandatario della plaza di Plumaçon “Il lavoro qui è molto diverso rispetto a quello di Arles, gestito da un’impresa privata. La mia missione e quella del mio socio Alain Lartigue tratta l’aspetto taurino. Tori, toreri, contrattazioni e acquisto degli animali. Lavoriamo insieme alla Commissione. Prima si vanno a vedere i tori, si riservano, si comprano e si entra in negoziazione con i toreri”. La sua presenza costante in tutti i giorni della feria di Mont de Marsan fa capire che l’amicizia resta un valore nella tauromachia.

Ed è proprio mentre sfila una sigaretta dal suo pacchetto di marlboro light e si passa una mano tra i capelli biondi che Jalabert guarda la Plaza di Mont de Marsan e il suo sguardo va lontano, lontano fino all’anfiteatro romano di Arles. Lì in settembre inizierà la Feria del Riso e lui sarà pronto ad aprire le porte al pubblico arlesiano “Cosi mutevole da sentirsi alle volte romano”. È una vita senza sosta la sua, che dall’autunno lo porterà alla ricerca di nuovi tori per poter creare il manifesto che aprirà la stagione della tauromachia francese della feria di Pasqua ad Arles.

Lo zoccolo duro delle corride francesi
Christophe Andinè a sinistra, Jean Baptiste Jalabert a destra

Tra il pubblico dell’arena di Plumaçon c’è Marcel Garzelli, organizzatore di corride da oltre trent’anni, noto tra gli aficionados perché si annoia facilmente. Viziato dagli spettacoli migliori, sa che l’attenzione si accende solo davanti alla verdad, la rappresentazione della vita nella sua crudezza. Chi lo conosce lo crede un saggio, la cui parola è importante per definire la qualità degli spettacoli. Assiste ai giochi esigente come un imperatore.

Arriva anche, dall’arena di Vic Fezensac, Monsieur Andrè Caban che, immancabile sigaro in bocca, parla e guarda il combattimento uomo-toro con un occhio così elegante da trasformare tutto in una danza viva e poco macabra, il suo sorriso sembra rendere dolce e ironica perfino la morte. Cammina tranquillo lungo il callejon e basta guardarlo per capire che quello che vuole dalla corrida è bellezza. Racconta che nella sua città di 3500 abitanti “La plaza ha il doppio dei posti a sedere, oltre i 6000, i biglietti fanno quasi sempre il tutto esaurito e i tori sono forti. Il pubblico migra anche dalla Spagna per assistere alle corride dure che in patria mancano”

L’ultima corride della festa della Madeleine regala al pubblico due vuelte del ruedo, giri del toro. Una volta matato dal valoroso torero, un uomo lega una corda intorno alle corna dell’animale senza vita e la presidenza mostra il panuelo blu che indica come il toro meriti di essere celebrato per aver lottato coraggiosamente contro il suo maestro. La commozione è palpabile, il pubblico ipnotizzato, in silenzio, e un attimo dopo esulta estasiato. Fuori dall’arena le reazioni si moltiplicano fra fuochi d’artificio che chiudono la festa, luci e buio, vita e morte.