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Esclusiva

Gennaio 27 2023
La Giornata della Memoria bussola del nostro tempo

Gli storici Marcello Flores e Umberto Gentiloni spiegano che ricordare e comprendere la Shoah serve per muoverci tra le narrative contemporanee

Auschwitz si poteva bombardare? Lo sterminio di 6 milioni di ebrei poteva essere fermato prima? È il 27 gennaio 1945 quando l’Armata Rossa avanza tra la neve nella Polonia orientale. Il Terzo Reich di Adolf Hitler è già avviato al collasso e le truppe tedesche possono solo rallentare l’inesorabile avanzata degli alleati verso Berlino. Nel momento in cui il conflitto è a una svolta, la scoperta dell’orrore. Le colonne sovietiche arrivano ai cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e si trovano faccia a faccia con la “soluzione finale” che il Fuhrer ha progettato per gli ebrei d’Europa. La foto di quei volti scavati, di quei corpi scheletrici coperti solo da un lacero pigiama a righe, diventerà l’immagine simbolo della Shoah. Il 27 gennaio sarà scelto dalle Nazioni Unite per la Giornata della Memoria.

La liberazione dei lager arrivò sul finire della guerra, ma non si trattò di una scoperta. Gli Alleati erano a conoscenza della presenza di queste strutture, anche se non di tutti i più macabri dettagli, almeno dal 1942. Allora perché non sono intervenuti prima? «Il pensiero degli Alleati era che la liberazione di tutti coloro che erano sotto il giogo nazista sarebbe arrivata soltanto con la vittoria militare e hanno quindi puntato ad arrivare a Berlino il prima possibile, nonostante un attacco aereo sui campi di concentramento fosse teoricamente possibile dopo lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944». È la spiegazione di Umberto Gentiloni Silveri, ordinario di Storia Contemporanea alla Sapienza di Roma e autore, tra gli altri, del libro Bombardare Auschwitz. Perché si poteva fare, perché non è stato fatto. «Già dal 1941-1942 circolavano rapporti sui lager e testimonianze di qualcuno che era riuscito a scappare. Un partigiano polacco, Jan Karski, riuscì addirittura a portare sulla scrivania del presidente americano Franklin Delano Roosevelt un rapporto con quanto avveniva nel ghetto di Varsavia e a denunciare successivamente il mancato intervento degli Alleati (Nel suo rapporto poi pubblicato col titolo La mia testimonianza davanti al mondo). Il vero shock fu la scoperta dell’universo lager nel suo complesso, con i dettagli della macchina di morte e l’organizzazione tra campi di concentramento, di transito e di sterminio. 

Se gli Alleati dovettero decidere quale strategia intraprendere, noi oggi abbiamo il dovere di ricordare la tragedia, soprattutto quando i testimoni viventi sono sempre meno. Eppure ogni anno la Giornata della Memoria, istituita in Italia a partire dal 2005, viene accolta con maggiore sufficienza: «Ormai lo sappiamo che c’è stato l’Olocausto» è il sentimento dominante. Un’obiezione che non sta in piedi secondo Marcello Flores, professore di Storia contemporanea e storia dei Diritti Umani all’Università di Siena. «È come se dicessimo che è inutile festeggiare il 2 giugno perché ormai lo sappiamo di essere una Repubblica. La data deve diventare parte del nostro calendario civile per permetterci di rafforzare la memoria collettiva intorno ai valori di libertà, democrazia e opposizione a ogni forma di razzismo e discriminazione».

Ricordare serve a non banalizzare una tragedia di proporzioni enormi, come hanno fatto alcuni attivisti no green pass che durante la pandemia hanno sfilato vestiti da deportati con la stella di David al braccio. Secondo il professor Flores è una «atto di ignoranza e stupidità a cui non bisognerebbe dare peso». Più importante è la capacità di distinguere l’Olocausto da altre tragedie solo apparentemente analoghe, come le foibe, gli eccidi di italiani nelle zone di confine con la Jugoslavia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale da parte delle truppe di Tito. «Le foibe ebbero motivazioni politiche più che etniche. Si tratta sicuramente di un crimine di guerra, ma non si può applicare la categoria di genocidio». A differenza dell’Olocausto, nelle foibe non è presente uno dei caratteri essenziali del genocidio, ovvero la volontà di eliminare completamente un determinato gruppo umano, che era invece l’intento di Hitler nei confronti degli ebrei.

In Italia il ricordo della tragedia deve passare anche dalla consapevolezza che la Shoah non fu un fenomeno soltanto tedesco, ma un crimine in cui il regime fascista ebbe una parte attiva. «Questo è fondamentale perché si è evitato per troppo tempo di ragionare sulla memoria dell’evento. La cosa grave è che il fascismo non è neanche nominato nella legge del luglio 2000 che elenca la finalità della ricorrenza», spiega il professore, sottolineando che nei campi di concentramento italiani, come quello di Risiera di San Sabba, il ruolo degli italiani fu in alcuni casi superiore a quello tedesco. Una proposta che avrebbe potuto sensibilizzare maggiormente il pubblico italiano sarebbe stata scegliere per la ricorrenza non il 27 gennaio, data internazionale, ma il 16 ottobre, l’anniversario della deportazione di oltre mille ebrei dal ghetto di Roma «che delinea meglio le colpe italiane», proposta che venne però bocciata al momento di recepire le indicazioni dell’ONU.

Oggi secondo il professor Gentiloni, la Giornata della Memoria «rischia di diventare solo una data rituale», timore condiviso dalla senatrice a vita Liliana Segre, quando in realtà è «uno spazio di conoscenza fondamentale per la comunità nazionale». Con questo intento alla vigilia della Giornata della Memoria la Sapienza ha lanciato un portale online che consente di consultare i documenti d’archivio relativo all’applicazione delle leggi razziali all’interno dell’Ateneo. Ricordare oggi serve a far sì che la storia sia la “bussola” per comprendere le categorie del nostro tempo, come la guerra in Ucraina. Tra le ragioni usate per giustificare l’aggressione dell’Ucraina c’è l’intento di denazificare l’Ucraina, una nazione con a capo un presidente ebreo liberamente eletto. Il fatto che nel paese di quella stessa Armata Rossa che arrivò per prima ai cancelli di Auschwitz possa nascere una narrativa del genere dovrebbe bastare a far comprendere perché non possiamo fare a meno della memoria.