Esclusiva

Giugno 19 2024.
 
Ultimo aggiornamento: Giugno 26 2024
Il sogno olimpico di una donna trans

Il diritto allo sport è uno dei tanti che le persone transgender devono conquistare con non poche difficoltà, ma questo non ha fatto passare a Valentina Petrillo la voglia di gareggiare

Una voce gentile e la volontà di parlare di sé senza filtri nonostante il dolore passato. «Ho dovuto abbandonare il mondo sportivo maschile, dove avevo vinto dodici titoli». Così si racconta Valentina Petrillo, che, all’età di cinquanta anni, realizzerà a Parigi il sogno di partecipare alla sua prima Paralimpiadi con la nazionale italiana.

Cresciuta in un quartiere difficile di Napoli, condizionato dalla piaga della droga, e affetta dalla malattia di Stargardt che l’ha resa ipovedente, a sette anni si innamora dell’atletica vedendo il suo idolo in tv: «Nel 1980 ho visto Pietro Mennea vincere le Olimpiadi di Mosca sui 200 metri e da lì è partito il mio sogno di indossare la maglia azzurra. Volevo farlo come donna e questa era una grossa complicazione». Fin da piccola sente di non appartenere al suo sesso biologico, ma reprime questa parte di sé, inizia a gareggiare e ad avere buoni risultati, si sposa ed ha un figlio. Nel 2018, però, la maschera che si era imposta di indossare cade: «Lì ho dovuto affrontare la disforia di genere. Nel 2018 ho fatto la mia ultima gara con gli uomini perché non solo non riuscivo più a fingere, ma era come violentare me stessa».

Ad attenderla, un lungo processo di scoperta e accettazione di sé: «Può sembrare strano, ma io stessa avevo paura anche per un mio pregiudizio. Forse perché ci viene sempre proposto uno stereotipo sulle persone trans». Prima il percorso psicologico e poi l’inizio della terapia ormonale la portano a settembre 2020 a tornare in pista nella serie femminile: «Nel 2021 sono diventata la prima atleta trans a vestire i panni della Nazionale e l’anno scorso vincendo due bronzi ai mondiali paralimpici ho guadagnato la possibilità di andare ai prossimi Giochi di Parigi», rivela con grande entusiasmo.

Un desiderio che Valentina racconta in 5 nanomoli: Il sogno olimpico di una donna trans, il docu-film sulla sua lotta per emergere contro il pregiudizio: «Nel documentario si coglie un momento storico particolare perché dal 31 marzo 2023 la World Athletics – federazione internazionale di atletica leggera –  ha deciso che le atlete transgender che hanno attraversato la pubertà maschile e hanno poi completato la transizione oltre il dodicesimo anno di età non possono più gareggiare».  L’atletica mondiale, però, non ha giurisdizione su quella paralimpica, regolata dal Comitato paralimpico internazionale, per questo lei può ancora competere: «Cinque nanomoli per litro non sono altro che è la concentrazione limite di testosterone consentita alle atlete che vogliono prendere parte alla categoria femminile. Indipendentemente dal documento d’identità, basta che si rispetti questo parametro biologico che è stato definito tipicamente femminile».

Nonostante ciò, nel marzo 2023, è stata oggetto di minacce e intimidazioni che l’hanno costretta a ritirarsi dai Master indoor in Polonia per motivi di sicurezza: «All’indomani della mia iscrizione è iniziata una vera campagna d’odio nei miei confronti, ho ricevuto insulti via social fino alle minacce di morte». Un clima che è sempre stato avverso, anche in Italia: «Nello stesso mese, durante i campionati ad Ancona, mi è stato vietato di andare nel bagno delle donne. Sono arrivate lettere di avvocati in cui le altre atlete chiedevano di vietarmi l’accesso agli spogliatoi femminili. Tante volte mi sono detta “Ma chi me lo fa fare?”, espormi fino a questo punto per stare male. Ma sono andata avanti anche pensando di poter aiutare altre giovani ragazze. Questo è un po’ il mio scopo: quello di dire ad altre che c’è qualcuno che ce l’ha fatta».

Dall’animo scaramantico e da un’intensa voglia di giungere al traguardo, Valentina vive l’attesa dei Giochi con grande determinazione: «È l’occasione della mia vita, sarà difficile da replicare vista la mia età. Spero che si possa parlare di me non per i soliti binomi negativi che accompagnano le persone trans, ma come atleta. Sono una persona e sono una sportiva».