Compiere diciotto anni simboleggia il passaggio dalla sicurezza del nucleo familiare a una prima forma di autonomia personale, fatta di diritti e doveri. A livello giuridico, raggiungere la maggior età conferisce il diritto di voto, la capacità di agire legalmente e di essere civilmente responsabili delle proprie azioni. Ma in alcuni contesti, come quello della Russia, avere 18 anni, più che aprire le porte all’età adulta, sembra spalancarle su un fronte ben diverso: l’ingresso in un mondo in cui il primo vero contatto con la responsabilità coincide con la possibilità di indossare una divisa, di morire lontano da casa per €1200 al mese.
In un Paese dove il confine tra educazione patriottica e preparazione militare si assottiglia ogni giorno di più, la maggiore età non arriva come una festa, ma come un brusco risveglio di coscienza: la realizzazione che il futuro di molti giovani rischia di essere dettato dal rumore di un AK-12, piuttosto che dal suono di una campanella di fine lezione.
Di questo parla Mr. Nobody Against Putin, proiettato il 10 dicembre al Nuovo Cinema Aquila, in occasione della giornata per i diritti umani. Il documentario si erge come un atto di testimonianza e al tempo stesso un’indagine sulla narrativa e sulla propaganda che hanno profondamente trasformato la società russa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. Diretto dal cineasta danese David Borenstein insieme a Pavel “Pasha” Talankin, insegnante ed ex videografo di una scuola elementare nella città industriale di Karabash, questo film racconta una metamorfosi culturale che va ben oltre il semplice reportage di guerra.
La forza di Mr. Nobody Against Putin sta nella natura stessa della sua produzione: il materiale di base non è frutto di una troupe esterna, ma proviene dalla videocamera di Talankin, costretto a registrare le attività scolastiche per adempiere alle nuove direttive statali di “educazione patriottica”. Quello che all’inizio appare come un compito burocratico si trasforma, nel tempo, in una documentazione quotidiana dell’aggressiva militarizzazione e dell’indottrinamento dei giovani: marce in uniforme, canti patriottici, orecchie tese ai discorsi di regime e perfino la progressiva partenza dei suoi alunni verso il fronte ucraino.
Attraverso queste immagini, il documentario illumina anche aspetti più profondi e radicati della cultura russa contemporanea, come la sacralizzazione della guerra difensiva e l’idea del sacrificio individuale come destino collettivo. In una delle sequenze, la madre di Pasha osserva con disincanto che «la gente ama spararsi addosso», una frase che risuona come un’amara constatazione antropologica. Il conflitto non viene solo accettato, ma interiorizzato, normalizzato, persino giustificato come inevitabile. Un’eco che richiama riflessioni filosofiche antiche e moderne — da Hobbes a Freud — sul rapporto tra violenza, potere e natura umana.
Il momento più toccante arriva però in una scena essenziale e spoglia: due minuti di buio sullo schermo, accompagnati solo dalla voce di una madre russa che piange la morte del figlio. Nessuna immagine, nessuna retorica, nessun commento. In sala, il silenzio è assoluto. È in quell’assenza visiva che il dolore diventa universale, impossibile da strumentalizzare. Una scelta formale che restituisce dignità alla perdita e che ricorda le parole della scrittrice Svetlana Aleksievič, secondo cui «la guerra non ha un volto femminile, ma ha sempre la voce delle madri».
In questo contesto, la videocamera di Talankin smette di essere uno strumento di propaganda e si trasforma in un gesto di resistenza. Filmare diventa un atto politico, raccontare un atto di dissenso. La scelta di continuare a registrare la realtà, invece di aderire alla narrativa ufficiale, costringerà Talankin a lasciare la Russia per salvaguardare la propria libertà e la propria vita.
Mr. Nobody Against Putin costruisce il suo impatto attraverso una progressione lenta e inesorabile. Le immagini quotidiane — bambini che ridono, classi rumorose, giochi nel cortile — assumono con il tempo un peso tragico. Gli stessi volti tornano davanti alla macchina da presa trasformati, irrigiditi, pronti a giurare fedeltà. Le classi si svuotano, le assenze aumentano, la normalità si sgretola. La regia accompagna questo processo con equilibrio, alternando momenti di apparente leggerezza a sequenze di forte intensità emotiva, suggerendo come l’ideologia non irrompa mai all’improvviso, ma si infiltri lentamente nella vita di tutti i giorni.
Oltre ai riconoscimenti ottenuti nei festival internazionali e all’attenzione della critica, Mr. Nobody Against Putin resta soprattutto una testimonianza preziosa di una storia ancora in corso. Un racconto che, partendo da una scuola di provincia, parla di un’intera generazione sospesa tra educazione e addestramento, tra futuro e obbedienza.
Il documentario non offre risposte rassicuranti né soluzioni semplici, ma consegna allo spettatore una consapevolezza difficile da ignorare. Mr. Nobody Against Putin mostra come la guerra, prima ancora di essere combattuta, venga insegnata, interiorizzata e resa normale. È in questo passaggio silenzioso — in quell’ultima campanella prima del fronte che segna la fine dell’infanzia e l’inizio di una disciplina armata — che il film trova la sua forza più inquietante, ricordando che ogni conflitto comincia molto prima delle armi.