Corpi segnati dalla fatica, malati e guaritori improvvisati. È l’altra faccia del presepe napoletano, quella più cruda e meno raccontata, che oggi ritrova spazio nel presepe allestito dal Museo delle Arti Sanitarie di Napoli.
Nella tradizione napoletana la Natività si intreccia alle botteghe annerite dal fumo, ai cortili umidi e ai panni stesi ai balconi, tra i vicoli affollati da tavole imbandite e giocatori di carte. Sulla scia di questa fedeltà al reale, già nel Settecento, nell’arte presepiale compaiono figure spiazzanti: gobbi e nani circondati da credenze propiziatorie, storpi o ciechi. Sono i cosiddetti pastori deformi, oggi custoditi nella collezione permanente del Museo di San Martino. Corpi imperfetti, spesso sproporzionati, lontani dalla grazia affusolata del classico pastore: la loro presenza restituisce la Napoli abitata da popolani segnati dalla deformità fisica. «Un approccio innovativo, per certi versi provocatorio, alla rappresentazione tradizionale e idealizzata dei presepi», osserva un curatore, «la loro bellezza risiede nella diversità, nelle fattezze comuni all’epoca ma oggi insolite, che raccontano la realtà del popolo senza ingentilimenti».
Da questa eredità nasce la mostra Pastori inguaribili e medici ciarlatani, allestita dal Museo delle Arti Sanitarie di Napoli negli spazi dell’antico Complesso degli Incurabili. Qui il presepe diventa un ospedale a cielo aperto: corsie affollate di pastori che mostrano sui loro corpi i segni lasciati dalle pestilenze dei secoli scorsi (peste, vaiolo, colera, lebbra, sifilide, gozzi, amputazioni e cecità). Accanto a loro si muovono speziali, cerusici, alchimisti e guaritori in un brulichio di alambicchi, bende e tavoli operatori.
«Nella società reale la malattia fa parte della vita. Nel pieno rispetto dello spirito del presepe napoletano, che ha sempre rappresentato ciò che si vedeva per strada, abbiamo voluto raccontare la malattia e la nascita delle professioni sanitarie», spiega Gennaro Rispoli, direttore scientifico del Museo.
Più di cento pastori – alcuni antichi, altri realizzati da artigiani-artisti contemporanei come i fratelli Scuotto de La Scarabattola – popolano la mostra. Tra i personaggi più straordinari spicca la “donna albero degli Incurabili”, primo caso europeo diagnosticato di sclerodermia, primato cittadino che precede di decenni “Elephant Man”, l’inglese Joseph Merrick, noto per le sue gravi deformità e diventato simbolo della medicina vittoriana.

«Abbiamo scelto di usare il mezzo comunicativo del pastore per raccontare il disagio sociale ma anche per suggerire la possibilità di guarigione. I nostri pastori affrontano il disagio con naturalezza. Non cercano grazia: mostrano senza filtri il dolore. Rendere visibile il male senza pudori significa riconoscerlo e, in un certo senso, esorcizzarne la paura collettiva». Anche la Natività, volutamente defilata, si trasforma in simbolo terapeutico: «Gesù Bambino diventa un rimedio, mentre oro, incenso e mirra si trasformano in farmaci. Non il miracolo, ma la cura».

Da notare le ampolle di oro, incenso e mirra a simboleggiare il potere curativo della nascita di Cristo.
Il risultato è «un presepe che è insieme racconto antropologico, lezione di epidemiologia e atto di gratitudine verso la medicina moderna». Un progetto capace di parlare anche fuori dai confini cittadini: «il “presepe scientifico” napoletano è stato scelto dall’Università di Harvard come esempio di narrazione innovativa della storia della medicina».
Dal racconto popolare alla forza della scienza: il presepe si trasforma in un laboratorio visivo di storia, scienza e solidarietà. Lasciandosi alle spalle il suo volto commerciale torna a essere ciò che è sempre stato a Napoli: un potente ritratto dell’umanità, con tutte le sue ferite.
Figure del popolo sorridenti, nonostante i segni della malattia.






