A distanza di 50 anni, il treno parte ancora. Pronto ad andare Station to Station, da stazione a stazione. Tre minuti di effetti sonori e arriva la prima fermata, annunciata da una voce dall’accento britannico: «The return of the thin white duke / Throwing darts in lovers’ eyes».
«L’esile Duca Bianco è tornato». Il 23 gennaio 1976 David Bowie rivela così il suo nuovo alter ego. Dopo Ziggy Stardust dell’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e Halloween Jack di Diamond Dogs, l’artista indossa nuovamente una maschera.
Cocaina, pentacoli e formule magiche: l’album Station to Station nasce in un momento particolare. Bowie ha quasi trent’anni, lotta con le sue dipendenze e le sue ossessioni e vivere a Los Angeles non lo aiuta. Desidera abbandonare la California e tornare in Europa per ritrovare sé stesso. Ma prima sente il bisogno di trasformare tutto questo in nuova musica.
Le sessioni di registrazione iniziano nel settembre 1975 nei Cherokee Studios di Hollywood. Il primo brano su cui lavora è Golden Years. Bowie la propone a Elvis Presley, ma il Re del Rock ‘n Roll rifiuta l’offerta. Così diventa il primo singolo dell’album ad essere pubblicato. Un ritorno alla fase artistica del disco precedente, Young Americans, caratterizzato da sonorità funky e soul.

Diverso è il percorso di Station to Station, brano che apre l’omonimo album. Bowie segue con attenzione la scena krautrock, in particolare i Kraftwerk e i Tangerine Dream. Con i suoi dieci minuti, la traccia — la più lunga della carriera di Bowie — segna una nuova fase di sperimentazione, lontana dal glam rock dei suoi primi lavori.
L’effetto di un treno che si allontana e una nota di chitarra che si trasforma in feedback aprono il brano. Non parla di stazioni ferroviarie, Station to Station fonde due riferimenti: le quattordici stazioni della Via Crucis, il percorso di Cristo verso la crocifissione, e i dieci centri energetici dell’albero della vita cabalistico.
Tra riferimenti all’occulto e la metafora della crocifissione nasce il Duca Bianco, il nuovo alter ego di Bowie, vestito con camicia bianca, pantaloni neri e panciotto. Ha l’aspetto di un eccentrico aristocratico, di un superuomo privo di emozioni. Per l’artista stesso è un «personaggio davvero cattivo».
La maschera influisce anche sull’immagine pubblica. In un’intervista del 1976 per Playboy, Bowie arriva a definire Hitler «una delle prime grandi rockstar» accostandolo a Mick Jagger dei The Rolling Stones. Difficile tracciare un confine tra gli effetti della cocaina e una fascinazione ideologica consapevole.
Ancora oggi, Duca Bianco è il soprannome con cui Bowie viene chiamato più spesso. A differenza di Ziggy Stardust, non muore in scena né viene congedato pubblicamente. L’esile Duca svanisce senza un addio formale. Sopravvive perché, più di ogni altra maschera, alimenta la domanda su dove finisca Bowie e dove inizi il personaggio.
Station to Station occupa una posizione decisiva nella discografia di Bowie. La ricerca sonora e la scrittura irregolare introducono un linguaggio destinato ad affermarsi negli anni successivi con Low e gli altri due dischi della trilogia berlinese, “Heroes” e Lodger.
In una fase in cui nulla appare assestato, Bowie sceglie di rimanere in movimento per non perdere l’equilibrio e cadere. Station to Station rappresenta un momento in cui qualcosa si rompe e qualcos’altro comincia a prendere forma. L’artista è attraversato da tensioni che non cercano una sintesi immediata e il disco ne conserva le tracce. Anche a distanza di 50 anni.