«Ricordo il giorno in cui è nato il progetto»: un mezzo sorriso appare sul volto di Yuriy Matsarsky, co-fondatore del Teatro dei Veterani, la scuola drammaturgica di Kiev per ex soldati istituita nel 2024. Le dita avvolte da guanti scuri tirano i lembi del cappello di lana fino a coprire le orecchie e gli occhi inumiditi dal freddo guardano lontano. I pensieri tornano al 25 febbraio 2022: «Era il giorno dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dei russi e come tanti miei compatrioti mi sono messo in coda per arruolarmi». Le file lunghissime, le tante ore di attesa e il bisogno di esorcizzare la paura spingevano tutti a parlare: è lì che ha conosciuto Maxim Kurochkin, noto drammaturgo ucraino. «Al tempo non avevo idea di chi fosse», racconta Yuriy a Zeta. Poi la chiamata di un collega del mensile The Atlantic: «Mi chiese se lo conoscessi, risposi: “certo, è nel mio plotone!». Ride ripensando alla sua sorpresa: «Lui era incredulo, disse: “Quell’uomo è il futuro del teatro europeo!”».
Da quel momento ci sono voluti due anni perché Yuriy e Maxim trasformassero un’intuizione in qualcosa di concreto. Mesi dopo il loro primo incontro, Maxim viene ferito e allontanato dal fronte. Yuriy, che aveva già problemi di salute, ritrova l’amico all’interno dell’ufficio stampa delle forze di difesa territoriale. «L’ultima volta che ho visto un palco avevo 14 anni», racconta ridendo: «Ho fatto il giornalista per un ventennio, non sono un drammaturgo, ma lui mi ha fatto capire il potere del teatro. La sua idea era semplice, ma affascinante: il mondo doveva vedere la guerra in Ucraina dagli occhi dei suoi difensori». Così hanno cominciato a programmare. Si sono messi in contatto con esperti di scrittura, registi e sceneggiatori da tutta l’Ucraina e hanno fondato la scuola.
«Riceviamo tantissime candidature», spiega Yuriy. Nella selezione dei partecipanti, la priorità viene data a chi vuole imparare a scrivere e capisce l’obiettivo del progetto: «la nostra missione è politica, non terapeutica. Non possiamo guarire nessuno perché non ne abbiamo le competenze». Si interrompe e ci ripensa: «Trasformare le esperienze al fronte in testi teatrali può avere un effetto benefico, ma non è lo scopo della scuola. Sono quattro anni che insieme alle mie sorelle e ai miei fratelli ucraini soffriamo per difenderci dai russi: il mondo deve vederlo. Il nostro lavoro serve a questo».
Come Yuriy, Tetiana Shelepka, corrispondente di guerra che alla scuola si è formata e dove ora si appresta a insegnare, è restia a parlare di arte-terapia: «La mia psicologa mi aiuta con attacchi di panico e stress post-traumatico, il teatro per me ha un’altra funzione». Nella scrittura non cerca guarigione, ma identità culturale: «per gli italiani c’è stato Dante, gli inglesi hanno avuto Shakespeare, e noi? Molti considerano Taras Shevchenko il padre della letteratura ucraina, ma non basta». Nella mente di Tetiana la parola scritta è la più efficace forma di resistenza: «Le persone devono scrivere così che l’Ucraina abbia finalmente una letteratura riconoscibile, diversa dalla sovietica e da tutte le altre».
Un sorriso amaro piega le labbra di Tetiana. Con la mente ripercorre la trama del dramma più difficile che abbia scritto: «Era iniziato come una commedia». Un gruppo di persone viene trasportato per magia in un altrove dove ognuno deve presentare il proprio futuro perfetto. All’inizio scherzano e si scambiano battute, ma poi nessuno riesce a fare una proposta perché cominciano a raccontare i traumi subiti e il futuro appare più lontano che mai. «È stata la parte più complessa da scrivere. Le immagini dei crimini di guerra sono riemerse tutte insieme, nitide come se le stessi vedendo in quell’istante».
Nei testi Tetiana ripercorre le scene più crude cui ha assistito. Le mani giocherellano con i lembi del cardigan, mentre la mente torna a Kozacha Lopan, cittadina rurale nella regione di Kharkiv: «Dopo la riconquista del territorio da parte delle nostre truppe, sono andata sul posto e ho visto dove interrogavano e torturavano i prigionieri ucraini. Tenevano le persone in gabbia e gli infilavano chiodi sotto le unghie. Ricordo l’odore di sangue stantio e fumo di sigaretta». Si tocca il naso e chiude gli occhi, come a voler scacciare la puzza. Poi l’espressione cambia e ride sbuffando: «Ricordo una donna cui avevano appena bombardato la casa, aveva la testa insanguinata. Le chiesi se potessi farle una foto. Mi rispose: “va bene, ma prima metto il rossetto, voglio essere carina”». Si porta le mani alla fronte e spalanca gli occhi: «Scoppiai a ridere. Le persone reagiscono in modo strano quando sono sotto shock ed è anche di questo che parlano i miei testi».
Dal suo avvio il Teatro dei Veterani ha seguito trenta studenti, accompagnando gli ex soldati in tutte le fasi di elaborazione dei drammi. Al termine di ogni ciclo di quattro mesi, la scuola rilascia un diploma e organizza un festival durante il quale i lavori vengono presentati a registi professionisti che li mettono in scena. «È un modo per ricominciare a vivere dopo la guerra», spiega Alina Sarnatska, che dopo aver lavorato nell’esercito come paramedico è stata allieva e poi mentore del programma. «La scrittura offre un’alternativa a ex combattenti che hanno perso un braccio o una gamba e non possono tornare al lavoro che facevano prima. Magari erano idraulici o muratori, così diventano autori».
Con il sogno di aiutare i veterani a ripartire Alina ha esportato il progetto a Lviv, al confine con la Polonia: «Qui ci sono ospedali e centri di riabilitazione per sopravvissuti. Era il posto ideale per espanderci». Per finanziarsi Alina ha fatto ricorso a Index, organizzazione che sostiene scrittori e artisti ucraini impegnati a documentare la guerra e che le ha fornito una borsa di studio di tre mesi da gennaio a marzo 2026: «Con i fondi a febbraio ho avviato un ciclo di lezioni che si concluderà in primavera con un festival al teatro Zankovetska, uno dei più prestigiosi del paese». Se al fronte la guerra continua, sul palco c’è chi ricorda come tornare a vivere.


