Esclusiva

Febbraio 28 2026
Bombe su Teheran: incerta la sorte di Khamenei

Israele e Stati Uniti lanciano un’operazione militare congiunta. Teheran sotto massima sicurezza

L’invasione dell’Iran è iniziata all’alba, con una sequenza di bombardamenti che ha colpito il cuore politico e militare del Paese. A Teheran, le prime esplosioni sono state segnalate intorno alle 7:30 (ora locale iraniana, UTC+3:30). Nel giro di poche ore, Stati Uniti e Israele hanno rivendicato un’operazione militare congiunta di ampia portata, aprendo una nuova fase del conflitto in Medio Oriente.

I primi raid hanno colpito la capitale e altri siti strategici. A Teheran, testimoni hanno riferito di esplosioni in quartieri centrali e di un’intensa attività della difesa aerea. I bombardamenti hanno raggiunto anche aree adiacenti al complesso degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei, che sarebbe stato trasferito subito in un’area sicura.

Quasi in parallelo, in Israele, dove erano circa le 8:00 del mattino (ora locale, UTC+2), il governo ha attivato misure di emergenza: scuole e luoghi di lavoro non essenziali sono stati chiusi, lo spazio aereo civile limitato e i sistemi di allerta messi in funzione. Le autorità hanno riferito della possibilità di una risposta iraniana imminente.

Fonti di sicurezza israeliane hanno indicato che l’operazione era stata pianificata da mesi, in coordinamento con Washington, e che la finestra temporale per l’avvio dei raid era stata definita in anticipo.

A Washington, il presidente Donald Trump ha annunciato che sono in corso “major combatoperations” contro l’Iran. Gli obiettivi principali restano le basi missilistiche e tutte le infrastrutture considerate una minaccia diretta contro Israele e le forze statunitensi nella regione.

Accanto alla dimensione militare, Trump introduce una lettura apertamente politica dell’attacco. Rivolgendosi alla popolazione iraniana, ha affermato che, una volta conclusa l’operazione, i cittadini dovranno “riprendersi il proprio governo”. È un passaggio che segna uno slittamento esplicito dall’obiettivo di sicurezza a quello di una trasformazione politica interna.

Poco dopo, da Gerusalemme (mattina, ora locale), il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rafforzato la stessa linea. L’operazione dovrebbe “creare le condizioni” perché il popolo iraniano possa “prendere in mano il proprio destino”, liberandosi di un regime definito “tirannico”.

Letta nel suo insieme, la sequenza appare come il punto di arrivo di una pressione crescente. Alla vigilia dei raid, venerdì 27 febbraio, Trump aveva già segnalato che i colloqui sul nucleare iraniano non stavano producendo risultati e che l’opzione militare restava sul tavolo. Nelle settimane precedenti, Netanyahu aveva ripetutamente sostenuto che qualsiasi accordo con Teheran avrebbe dovuto portare allo smantellamento completo dell’infrastruttura nucleare, non a una sua semplice limitazione.

La risposta iraniana è arrivata nel giro di poche ore. Tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio (ora iraniana), missili e droni sono stati lanciati verso Israele. Le autorità parlano di una ritorsione “decisiva” dopo l’“aggressione” subita e dichiarano gli asset americani in Medio Oriente ormai “obiettivi legittimi”.

Secondo le ricostruzioni delle principali agenzie internazionali, esplosioni sono state segnalate in diversi Paesi del Golfo, tra cui Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, che ospitano basi o infrastrutture militari statunitensi. I governi locali parlano di missili intercettati e di misure di emergenza per la popolazione. In almeno un caso, negli Emirati, le autorità hanno confermato una vittima civile.

Le conseguenze operative sono immediate: allarmi alla popolazione in più città del Golfo, sospensione o deviazione del traffico aereo civile e un rapido innalzamento del livello di allerta militare regionale. L’escalation smette così di essere confinata all’asse Iran-Israele o Iran-Stati Uniti e assume una dimensione regionale.

Sul piano diplomatico, le reazioni arrivano rapidamente. La Russia condanna l’operazione come un’“aggressione armata non provocata” e chiede l’immediata interruzione delle ostilità, avvertendo dei rischi di un’ulteriore destabilizzazione del Medio Oriente. Da Teheran, il ministero degli Esteri chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accusando Stati Uniti e Israele di violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale.

Nel frattempo, dalle città iraniane continuano ad arrivare segnalazioni sulle conseguenze dei raid per la popolazione civile. A Teheran, residenti dei quartieri colpiti cercano rifugio nelle stazioni della metropolitana e in altre strutture sotterranee, mentre il traffico risulta paralizzato in diverse aree. Segnalazioni di esplosioni e attività della difesa aerea arrivano anche da altre città, tra cui Isfahan e Tabriz.

Le autorità israeliane si preparano a ulteriori attacchi dall’Iran, mentre Washington valuta l’estensione dell’operazione nelle prossime ore. Teheran ha annunciato che la risposta non è conclusa e che altri obiettivi potrebbero essere colpiti. Sullo sfondo resta aperta l’incognita di un ulteriore allargamento regionale, in particolare nei Paesi del Golfo che ospitano asset militari statunitensi, mentre proseguono i contatti diplomatici d’emergenza.

In aggiornamento.

Foto: Smoke rises following an explosion, after Israel and the U.S. launched strikes on Iran, in Tehran, Iran, February 28, 2026. Majid Asgaripour/WANA (West Asia News Agency)