Un volto pallido, quasi esangue, affiora dall’oscurità dello sfondo. Gli occhi dell’attrice Jodie Foster, tinti di un rosso intenso, puntano dritti verso l’obiettivo. Una grande falena è poggiata sulle sue labbra, come a volerle sigillare la bocca.
Quando questa immagine compare per la prima volta sui muri dei cinema è il 1991. Trentacinque anni dopo, dal 13 al 15 aprile, Il silenzio degli innocenti del regista Jonathan Demme torna nelle sale italiane in versione restaurata in 4K, all’interno della rassegna Back to Cult di Nexo Studios. La locandina, diventata nel tempo una delle più riconoscibili della storia del cinema, contiene già tutto ciò che la pellicola metterà in scena: metamorfosi e morte, desiderio e artificio dello sguardo.
L’insetto ritratto al centro del viso della giovane recluta dell’FBI Clarice Starling è una Acherontia atropos, comunemente nota come “sfinge testa di morto”, una farfalla notturna che presenta sul dorso una macchia simile a un teschio. Se si stringe lo sguardo in quel punto, si scopre che quel disegno naturale nasconde una vera e propria illusione ottica: la riproduzione in miniatura di In voluptas mors, lo scatto realizzato nel 1951 dal fotografo Philippe Halsman in collaborazione con il pittore surrealista Salvador Dalì. L’immagine originale ritrae sette donne nude i cui corpi, incastrati tra loro in un complesso tableau vivant, compongono le cavità oculari, i denti e gli zigomi di un cranio umano. Demme prende in prestito questa ambiguità visiva e ne fa la chiave di lettura del suo film.

«Il significato della falena è il cambiamento», spiega a Clarice Hannibal Lecter, ex brillante psichiatra e serial killer cannibale interpretato da Anthony Hopkins, «il bruco diventa crisalide o pupa… e da lì, bellezza». Per Buffalo Bill, l’assassino inseguito da Clarice a cui presta il volto Ted Levine, l’atto omicida è proprio questo: un tentativo disperato di riscrivere la propria identità e costruire una nuova versione di sé. L’uomo rapisce le donne e le scuoia per cucirsi un abito di carne, un involucro che gli permetta di abbandonare il proprio corpo – vissuto come una gabbia estranea – e rinascere. Le crisalidi della sfinge testa di morto, deposte con cura nelle gole delle vittime come macabra firma, diventano il simbolo tangibile della sua ossessione per la metamorfosi.
L’ostinata volontà di Buffalo Bill di appropriarsi del corpo femminile trova un riflesso speculare nel mondo in cui vive la protagonista, uno spazio occupato da figure maschili – dagli uffici governativi alle celle delle carceri di massima sicurezza –che la scrutano, la giudicano o la desiderano. All’inizio della pellicola, il volto di Clarice è incorniciato in primi piani che la confinano in spazi in cui è costantemente sottoposta al controllo altrui. Come il prigioniero del Panopticon – il carcere ideale descritto dal filosofo francese Michel Foucault – la donna è intrappolata al centro di una struttura in cui sa di essere sorvegliata in ogni istante. Per tradurre visivamente questa sensazione, il regista trasforma la macchina da presa in uno strumento di oppressione e materializza quello che la studiosa britannica Laura Mulvey definisce «male gaze», lo sguardo maschile. Secondo la teoria della critica femminista, il cinema classico hollywoodiano ha da sempre imposto una precisa gerarchia visiva: l’uomo guarda, la donna è guardata. La cinepresa presuppone uno spettatore maschio, che proietta il proprio sguardo su quello del protagonista, relegando la figura femminile ad un ruolo passivo. «Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno. Non senti degli occhi che girano intorno al tuo corpo? E i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?», domanda Lecter a Clarice. Quando gli uomini le parlano, infatti, non rivolgono gli occhi verso un punto indefinito oltre le spalle dell’attrice, ma fissano l’obiettivo. Una scelta registica straniante e perturbante che costringe chi guarda a subire fisicamente il disagio di quegli occhi estranei su di sé con la stessa invadenza con cui attraversano la protagonista. L’agente Starling sa di essere esposta al male gaze, ma rifiuta di subirlo e sfrutta la sua iper-visibilità per imporre la propria competenza in un ambiente progettato per sminuirla e metterla a disagio.
A scardinare questa gerarchia di potere è proprio il confronto tra la giovane agente e Hannibal Lecter. Lo psichiatra detenuto non la osserva con la superiorità dei colleghi, ma la riconosce immediatamente come una mente brillante, in grado di reggere il suo gioco psicologico. Quando i due si ritrovano faccia a faccia nel manicomio di massima sicurezza di Baltimora, la cinepresa li isola in inquadrature frontali in cui entrambi si fissano reciprocamente in un rigoroso campo-controcampo, trasformando la loro interazione in una complessa trattativa: «Quid pro quo: io ti dico delle cose, tu mi dici delle cose!», le propone l’uomo dalla sua cella. Lecter fornisce alla polizia indizi per catturare Buffalo Bill, ma in cambio pretende che Clarice gli riveli di volta in volta frammenti della propria intimità. Uno scambio alla pari che fa sì che la caccia all’assassino proceda di pari passo con un’indagine spietata nell’inconscio della donna. I lambs del titolo originale – tradotti in italiano con «innocenti» – sono infatti gli agnelli che Clarice, da bambina, non riuscì a salvare dal macello nella fattoria in cui era stata mandata a vivere in affidamento. «Ti svegli ancora la notte, vero?», indaga implacabile Lecter, «Ti svegli al buio e senti il grido di quegli innocenti». Il silenzio ambito dalla protagonista non è altro che la sua disperata necessità di placare quei belati notturni salvando la prossima vittima di Buffalo Bill, nel tentativo di cancellare il suo senso di colpa.
La falena che nella locandina copre la bocca dell’agente Starling le nega fisicamente la parola e tenta di costringerla al silenzio. Ma i suoi occhi rossi, spalancati, guardano dritti verso l’obiettivo. Clarice non subisce più lo sguardo degli uomini e nemmeno il nostro. È lei, lì, a fissarci.







