Esclusiva

Febbraio 28 2026
«Nove milioni di persone nei rifugi. È insopportabile, ma siamo abituati»

Dal suo bunker, il giornalista israeliano Arieh O’Sullivan racconta le prime ore dell’attacco congiunto Israele – Stati Uniti

«Senti questo rumore? Significa che devo restare nel mio rifugio antiaereo. Abbiamo missili in arrivo». La linea telefonica non è disturbata, ma le sirene sotto risuonano forti e coprono per qualche secondo la voce di Arieh O’Sullivan. 

Il giornalista ed esperto militare israeliano (Associated Press, Jerusalem Post, The Media Line Tv) parla dal suo bunker domestico, in attesa di un nuovo attacco missilistico iraniano. «Nove milioni di persone – racconta – sono costrette nei rifugi da stamattina. È insopportabile, ma siamo abituati. Questo è un Paese che vive sotto costante minaccia».

Nelle ultime ore, infatti, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro obiettivi in Iran, definita dal governo di Benjamin Netanyahu come una risposta necessaria a una «minaccia esistenziale». Teheran ha reagito con lanci di missili balistici verso Israele e contro asset americani nella regione. Lo spazio aereo è stato chiuso in diversi Paesi del Medio Oriente e il settore energetico del territorio si prepara a passare alla modalità di emergenza: il gruppo israeliano Bazan ha dichiarato di aver parzialmente chiuso le sue strutture di raffinazione ad Haifa e il ministro dell’Energia, Eli Cohen ha ordinato l’arresto temporaneo di piattaforme di gas offshore, in un momento di particolare crisi del gas naturale.

Eppure, nel racconto che arriva dal rifugio, non c’è panico e la vita continua con qualche aggiustamento, come diversi minuti in più di coda davanti al supermercato della città. «Israele è uno dei Paesi più protetti al mondo, c’è un meccanismo di difesa multilivello che semplifica le operazioni e che indica le zone che saranno colpite. Molti missili sono già stati intercettati dalle forze aeree e molti sono caduti in territori di confine, non procurando danni significativi ad infrastrutture o centri abitati», continua il giornalista.

Sul piano della mobilitazione interna migliaia di riservisti sono stati richiamati per prepararsi a un’ eventuale guerra: «L’esercito israeliano è costituito da civili. Il mio vicino di casa e anche mio genero andranno questa sera, sono stati avvertiti poco fa, ma non c’è paura in loro. È una cosa naturale» ribadisce O’Sullivan, che quando riceve il messaggio che può uscire dal bunker, racconta di aver organizzato per i suoi nipoti una cena di famiglia, per distrarli dal clima che si sta iniziando a respirare a Gerusalemme.

Tra normalità ostinata e conflitto dichiarato, il Paese vive ore sospese: il legislatore arabo-israeliano e presidente del partito Hadash-Ta’al Ayman Odeh ha criticato aspramente i membri dell’opposizione della Knesset che hanno espresso il loro sostegno all’attacco missilistico contro l’Iran, accusandoli di offrire “cinquanta sfumature di militarismo”, invece di una vera e propria alternativa a Netanyahu, in uno spargimento di sangue inutile per tutti. In una dichiarazione, Odeh ha chiesto un’alternativa politica impegnata a porre fine alla “guerra eterna” attraverso la diplomazia, la giustizia e un accordo negoziato che garantisca “la sicurezza per tutti, qui e nell’intera regione”.

Prima di chiudere la chiamata, Arieh O’Sullivan si lascia andare a un commento: «Questa è una giornata che sarà ricordata. Speriamo porti a qualcosa di buono sia per il nostro Paese, ma soprattutto per i giovani e la popolazione dell’Iran. Il regime degli ayatollah deve finire, anche se il prezzo da pagare è il rischio di una nuova guerra».