Il futuro energetico dell’Occidente dipende dalle sorti dello stretto di Hormuz, la via d’acqua larga poco più di 30 chilometri tra Iran e Oman. Da qui passano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, per un valore di quasi 500 miliardi di dollari annui, più del 20% del commercio mondiale di greggio. Hormuz convoglia anche quasi un quinto del gas naturale liquefatto (GNL) globale.
La rotta di pochi chilometri è uno snodo fondamentale delle esportazioni via nave per alcuni dei principali produttori di gas e petrolio al mondo: Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. La zona è oggi esposta alle conseguenze dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro Teheran di sabato 28 febbraio. «Lo stretto è chiuso. Se qualcuno tentasse di attraversarlo, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e la marina militare darebbero fuoco alle navi», ha dichiarato Ebrahim Jabari, esponente di punta delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. La gravità del blocco imposto dalla Repubblica islamica è ridimensionata dalle parole di Giacomo Luciani, professore ed esperto di geopolitica dell’energia contattato da Zeta Luiss: «Ci sono navi che continuano a passare, molto meno di prima dell’inizio dell’ostilità. Tra quattro o cinque giorni è probabile che si passerà più facilmente perché verranno organizzati dei convogli come accaduto durante la guerra tra Iraq e Iran».
I mercati, però, ne hanno risentito subito. Il giorno dopo l’attacco il Brent, il principale mercato europeo del greggio, ha raggiunto un picco del +13% rispetto al prezzo di apertura, arrivando a superare gli 80 dollari al barile.
Secondo Luciani, in realtà, «i prezzi non sono molto aumentati e non esistono le condizioni perché aumentino ancora. C’è molto petrolio in giro e non c’è nessun motivo di panico». I rincari potrebbero diventare un problema solo se il rallentamento del commercio dovesse durare a lungo, ma: «Gli esperti dicono che non si protrarrà oltre le due settimane. Io credo che gli Stati Uniti siano certamente in grado di annientare la capacità iraniana di far danno nel Golfo in un tempo minore». L’intenzione americana sarebbe, al contrario, quella di «cercare una soluzione venezuelana, ovvero che qualcuno all’interno della Repubblica Islamica accetti le loro condizioni e in cambio veda levate le sanzioni e aperti gli investimenti. Questa svolta non è facile perché il primo che ci prova viene probabilmente fatto fuori all’interno».
Nel mercato del GNL il TTF olandese, il principale benchmark europeo per il gas, ha reagito con forti aumenti dei prezzi: il 45% in più rispetto a prima dell’attacco, ovvero circa 46 euro per megawattora.
Rispetto al gas c’è una sensibilità maggiore del mercato: «il Qatar è importante per l’Italia perché è circa un terzo delle importazioni e certamente il mercato del gas è più stretto, nel senso che non c’è molto GNL on the water». Secondo le stime di JPMorgan, solo un blocco di 25 giorni del traffico delle petroliere riempirebbe al massimo la capacità dei serbatoi di stoccaggio nei paesi produttori, costringendoli a ridurre la produzione. «Siamo alla fine dell’anno termico del gas: l’inverno è passato, fa caldo e c’è tutta l’estate davanti. Bisogna sempre ipotizzare che queste ostilità e la chiusura degli impianti qatarioti si estendano per mesi, prima che ci sia un impatto veramente preoccupante».