Dalle terre sotto assedio dell’Iran, quarant’anni fa un uomo è fuggito per salvarsi la vita. Si chiama Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, nato a Teheran nel 1954. Negli anni Settanta si avvicina alla letteratura e all’opposizione politica, prima contro il regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi e poi contro la Repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. Nel 1985, dopo aver pubblicato due raccolte firmate con i nomi di due dissidenti uccisi dal regime, Kader e Abdolah, è costretto a fuggire con la moglie. Attraversa la Turchia, dove resta tre anni, e nel 1988 ottiene asilo politico nei Paesi Bassi.
Quello stesso scrittore oggi ha pubblicato “Quello che cerchi sta cercando te”, presentato a Roma il 26 febbraio alla Libreria Sette, nelle stradine di Piazza Navona. Il romanzo esce in uno dei momenti più cupi per il Medio Oriente, durante gli attacchi missilistici di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ma prova a raccontare quella parte di mondo da un’altra prospettiva.
Il libro riscopre la figura di Jalal ad-Din Rumi, poeta, scrittore e filosofo sufi del XIII secolo, il cui pensiero ispira il titolo. «Vorrei che la poesia di Rumi parlasse ai giovani iraniani di oggi, una generazione cresciuta nella rabbia, ma so che non è così», racconta Abdolah. «In questo momento sono furiosi e non sono pronti a fermarsi. Il libro serve a capire attraverso la figura di Rumi che scendere in piazza è importante, per cambiare una situazione ormai insostenibile. L’unico modo per farlo però non è la violenza, anche se loro lo pensano».
Per questo Abdolah continua a scrivere: per non dimenticare la terra da cui proviene, perché la penna è ciò che gli è rimasto. «È l’unico modo che abbiamo per combattere la repressione politica». La sua analisi sull’Iran è severa e lontana da ogni semplificazione. «Il regime iraniano è una delle dittature più orrende sul pianeta», afferma. Ma la guerra non è la soluzione. «L’Iran non si può cambiare con la violenza. Trump non è in grado di rovesciare questo regime con le bombe. Può bombardare due, tre, quattro, cinque posti, ma questo non modificherà un sistema che ha radici profonde nella società».
Il rischio, secondo Abdolah, è che eliminata la figura simbolo del potere tutto resti immutato. «Uccidere l’ayatollah non cambierà niente, ne arriverà un altro. Se questo governo cade in maniera violenta, o scoppia una guerra civile oppure il prossimo regime nascerà dalle stesse strutture di quello attuale». Parole che, all’indomani dell’elezione di Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex leader, come nuova Guida Suprema, suonano quasi come una premonizione.
Nel vuoto politico creato da decenni di repressione, parte dell’opposizione indica la figura di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, come possibile leader. Il suo ruolo però divide e Abdolah, perseguitato dalla sua famiglia, resta scettico: «Negli anni gli ayatollah hanno eliminato tutti i leader e i partiti dell’opposizione. La nuova generazione protesta contro il regime ma non ha una guida politica chiara. L’unica figura che si propone è il figlio dello scià, che vive fuori dall’Iran. Non è il leader che molti vogliono davvero, ma in cos’altro possono sperare?».
Al centro delle proteste, fin dai primi giorni, ci sono i giovani. È a loro che lo scrittore dedica un pensiero. Guardando il suo Paese da lontano, Abdolah evita di parlare di sé. Il futuro dell’Iran, infatti, non gli appartiene. «Non mi permetto di pensare a un mio ritorno. Ora al centro ci sono i ragazzi che protestano. L’unica cosa che posso fare è pregare e augurare loro pace e riposo».