Due bambini che corrono. Bianco e nero da una parte, colore dall’altra. In mezzo uno strappo.
Oltre il confine. Le immagini di Mimmo e Francesco Jodice, il documentario presentato il 27 febbraio 2026 al Museo delle arti del XXI secolo a Roma, si apre così: con uno scatto di Mimmo che ritrae i figli Sebastiano e Francesco mentre giocano.
Il regista Matteo Parisini fa dialogare Mimmo Jodice, fotografo napoletano morto nell’ottobre 2025, e il figlio Francesco, tra i protagonisti della scena contemporanea. È un racconto del loro percorso artistico: come nasce e come si trasforma.
Parisini vede le opere di Francesco Jodice mentre si trova a Parma per lavoro. «Non avevo mai visto una sua esposizione dal vivo e sono rimasto impressionato. Dovevo conoscerlo», racconta a Zeta. Il giorno dopo gli telefona. Si incontrano per un caffè alla stazione di Bologna. L’idea prende forma lì: un film su un padre e un figlio, sulla vita e sul loro lavoro.
La struttura è essenziale: niente terze voci, nessun esperto a mediare. «Non mi interessava che ci fossero spiegazioni, come si fa di solito per i documentari», chiarisce il regista.
Sullo schermo si alternano confidenze, i loro scatti e i ricordi: «Tutto parte da una foto fatta in giardino. Si supera il confine tra esperienza personale e ricerca esteticae inizia il viaggio in due mondi», spiega Parisini. La famiglia è il punto di partenza. «Non è un luogo privato, separato dall’arte, ma è dove ha origine lo sguardo, dove si forma la sensibilità di osservare la realtà e di scegliere cosa trattenere e cosa lasciare fuori dall’inquadratura».
Mimmo Jodice, con le sue opere in bianco e nero, racconta il Novecento: l’epidemia di colera a Napoli nel 1973, il terremoto in Irpinia del 1980, i siti archeologici. Nelle immagini cerca le tracce del passato, le radici della sua cultura. Il figlio si rivolge altrove: indaga le trasformazioni urbane, le tensioni geopolitiche, i mutamenti sociali: dalle periferie globali fino agli hikikomori, i ragazzi giapponesi che scelgono di vivere chiusi nelle loro stanze.
«Molte tue foto avrei potuto farle io», afferma il padre orgoglioso guardando uno scatto di Francesco in Oltre il confine. «Sapessi quante delle tue avrei voluto fare io», gli risponde. I due artisti hanno visioni diverse: «molte volte si intersecano, altre prendono strade diverse. Però c’è sempre una lettura del mondo che, secondo me, li accomuna, a prescindere da quale sia il periodo storico», osserva Parisini, «come spiega Mimmo nel documentario, il fotografo deve selezionare il momento: dieci, cinquanta, cento click, ma l’opera d’arte è una sola. Dall’immagine giusta lo spettatore ha la possibilità di costruirsi una proprio idea».
In un’epoca polarizzata in cui sembrano esserci poche possibilità di riflessione e di crescita, gli Jodice indicano la direzione opposta: continuare a interpretare, a lavorare, a mettersi in discussione. «Così sono riusciti a rappresentare decenni di trasformazioni. Nel finale Mimmo lo dice con chiarezza: creare, nonostante tutto. È il messaggio più bello che ci lascia: non fermarsi», conclude il regista.
Oltre il confine è un dialogo intimo tra padre e figlio seduti allo stesso tavolo con due sguardi diversi, ma una stessa necessità: fotografare l’immagine giusta per restare nel mondo.
Foto: LADOC_Oltre il confine_PRESS-KIT