Una bambina con lo zainetto fucsia sulla schiena stringe tra le mani una macchina fotografica giocattolo. Se la avvicina al volto, come se potesse guardare attraverso l’obiettivo. La madre la prende tra le braccia ed entra nel Padiglione 9D, ex mattatoio nel quartiere romano di Testaccio. 1.500 metri quadri che ospitano il nuovo Centro per la Fotografia di Roma. Il complesso è stato ristrutturato grazie a un investimento di cinque milioni di euro da parte del Comune e ha aperto al pubblico il 29 gennaio 2026.
«Le grandi capitali europee hanno tutte spazi pubblici dedicati all’immagine, a Parigi ci sono la Maison Européenne de la Photographie e il Jeu de Paume», dice a Zeta Alessandra Mauro, tra le curatrici di “Irving Penn Photographs 1939 – 2007”.
La scelta di debuttare con una mostra dedicata all’artista statunitense la spiega così: «È la prima volta che Penn viene esposto a Roma, ma ha tanto da insegnare. Il suo impegno non si esauriva con lo scatto, ma lavorava in camera oscura perché la stampa risultasse perfetta. In un momento storico come il nostro, in cui si è persa la materialità e le immagini restano sul cellulare, la sua lezione è fondamentale».
Mauro, autrice del saggio Aprire lo sguardo. 15 fotografie che raccontano l’Italia (Garzanti, 2025), si augura che il padiglione possa diventare un riferimento per i talenti locali: «La decisione di aprire con un autore straniero non significa che non si guardi agli italiani. La fotografia è stata una parte centrale della nostra storia e spero che continui a esserlo sempre».
Il centro è descritto da Alessandra Mauro come luogo di conoscenza: «Non è solo una galleria, ma anche una biblioteca. Questo polo nasce per vedere le foto, per leggere libri, per incontrarsi e per riconoscersi. Spero che possa essere utile alla città di Roma».
Nell’ex mattatoio sono esposte anche le opere di Silvia Camporesi, artista forlivese, e, in Campo Visivo, dedicato alle nuove proposte, gli scatti del giapponese Kensuke Koike, dell’iraniana Forough Alaei e della francese Alix Marie. Daria Scolamacchia, che ha curato questa sezione, riflette con Zeta sull’importanza di guardare ai linguaggi contemporanei: «Campo Visivo nasce dal desiderio di offrire agli emergenti la possibilità di farsi conoscere. È una sperimentazione che non vuole confini, ora abbiamo presentato autori stranieri, ma non escludo che in seguito si guarderà anche alla scena locale».
Riflettendo sul futuro, Scolamacchia conclude: «La fotografia è storicamente poco sostenuta in Italia. Sono felice che finalmente ci sia un struttura ad essa dedicata che mette insieme tradizione e visioni future, nel tentativo di anticipare o almeno suggerire quello che verrà».
Foto: ph. Humusdesign



