Amor vincit omnia, dicevano i latini. Ma nel sud dell’India, nel Tamil Nadu rurale di metà Novecento l’amore non basta: è schiacciato da caste, rituali e aspettative collettive. È dentro questa tensione che si muove Il dio per metà donna di Perumal Murugan, pubblicato da Utopia Editore nel febbraio 2026.
Il romanzo racconta la storia d’amore di Kali e Ponna, due giovani contadini. Attorno a loro, tutto segue ritmi antichi, regolati da una trama fittissima di consuetudini, credenze religiose e gerarchie sociali difficili da scardinare. I villaggi, separati da chilometri di terra battuta, sono mondi chiusi in cui l’identità individuale si dissolve nella comunità e ogni scelta personale viene osservata e giudicata.
La coppia conduce un’esistenza rispettabile: lavorano la terra, hanno una casa e una stalla da accudire. Sono sposati da dieci anni, ma al loro nido manca ancora una cosa: un figlio. L’infertilità di Ponna si allunga come un’ombra sulla coppia, che è disposta a tutto pur di avere un erede. Erbe, riti e incantesimi non riescono a placare l’ansia che li divora, né a mettere a tacere la comunità, che trasforma quella mancanza in una colpa: una sconfitta per Kali e una maledizione per Ponna.
I due sono molto legati, ma con il passare del tempo la distanza si allarga. Da una parte, il villaggio con le sue allusioni, battute, superstizioni; dall’altra, la pressione che la donna sente nel non riuscire a rimanere incinta.
Il dramma smette di essere privato e diventa un fatto collettivo, ed è soprattutto Ponna a pagarne le conseguenze. La fertilità diventa unità di misura del suo valore. Il suo corpo è interrogato e sottoposto a riti e prescrizioni che mirano a riportarla entro l’ordine prestabilito: donna, moglie, madre. Nell’India rurale l’infertilità non è un dato biologico, ma uno stigma che marchia ed espone a una forma di sorveglianza permanente.

Tutto diventa lecito pur di avere un figlio, anche che il marito conceda la propria moglie ad altri uomini. A questo serve la festa in onore di Ardhanarishvara, dio per metà donna, forma androgina di Shiva e Parvati, che nella religione hindu rappresenta l’idea che maschile e femminile siano inseparabili e complementari. Durante le celebrazioni è concesso alle donne sposate e senza figli di unirsi a uomini sconosciuti, considerati manifestazioni fugaci del divino, con la speranza di concepire: un rito pensato per “aggiustare” la donna.
Nel raccontare ritualità e superstizioni di un lontano villaggio indiano, Murugan mette in scena dinamiche tutt’altro che remote: la pressione a diventare genitori, il giudizio sulla fertilità, l’idea che il corpo femminile sia responsabile del successo o del fallimento della famiglia attraversano ancora molte società. La vergogna che avvolge Ponna richiama da vicino lo stigma che oggi colpisce le donne che non possono o non vogliono avere figli.
Nel mondo di Kali e Ponna l’amore è autentico, ma non è abbastanza forte da mettere a tacere caste, rituali e pettegolezzi, né da proteggere il corpo femminile dal peso delle aspettative altrui. Con una prosa sobria, quasi pudica, Il dio per metà donna lascia il lettore proprio lì, in quella zona grigia in cui non sappiamo se l’amore sopravviverà intero o uscirà definitivamente spezzato.








