Esclusiva

Marzo 11 2026
«Qui la guerra è tornata»
Beirut sotto le bombe

L’escalation tra Israele e Hezbollah riaccende il conflitto. Il racconto della giornalista Valeria Rando tra sfollati e tensioni religiose

Il momento in cui Valeria capisce che la guerra ricomincerà a Beirut è la mattina di sabato 28 febbraio. Dopo la notizia degli attacchi statunitensi in Iran, i libanesi nella capitale iniziano, «in una specie di psicosi collettiva», a fare il pieno di benzina, provviste, pane e acqua, a ritirare i contanti, a prepararsi al peggio. «Sapevano che il conflitto con Israele, mai davvero finito ma solo sospeso, sarebbe ripreso presto».

Valeria Rando, giovane giornalista pugliese che vive a Beirut dal 2023, risponde al telefono da una piccola libreria dove lavora da più di un anno. In sottofondo si sentono i bombardamenti israeliani, ininterrotti da lunedì scorso. «Il conflitto tra l’organizzazione paramilitare sciita libanese Hezbollah e Israele non è davvero ricominciato: si è soltanto esteso, di nuovo. Secondo le Nazioni Unite, da quando l’ultimo scontro è formalmente finito, il 26 novembre 2024, Israele ha violato la tregua circa 15.000 volte». L’escalation degli ultimi giorni è legata all’uccisione dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, vendicata con missili e droni lanciati contro Israele da Hezbollah, alleata di Teheran.

Da allora Israele ha ripreso a bombardare la periferia sud di Beirut. La capitale, segnata dalla guerra civile combattuta in Libano tra il 1975 e il 1990, non dispone di veri rifugi antiaerei, né di luoghi sicuri dove ripararsi. «Nel Paese ci sono 700.000 sfollati, 100.000 dei quali solo nelle ultime ventiquattr’ore. Ma appena 200.000 trovano posto nelle scuole trasformate dal governo in rifugio. Gli altri si arrangiano come possono: alcuni si trasferiscono negli alberghi, chiedendo aiuto economico all’estero tramite campagne di crowdfunding, altri provano ad affittare delle case».   

La guerra di Israele, secondo Valeria Rando e gli altri giovani libanesi con cui fa volontariato recuperando cibo e coperte per gli sfollati, non è solo militare. È soprattutto psicologica. «Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vuole convincere l’Occidente che tutti i membri della comunità sciita aderiscano ad Hezbollah, e che siano quindi target, per loro, legittimi. In Libano, spesso, il nome di battesimo rivela la confessione religiosa della famiglia. Per questo, tanti proprietari rifiutano di affittare agli sfollati con nomi tradizionalmente sciiti, temendo che le loro case diventino bersagli». Gli attacchi israeliani si stanno infatti concentrando a Dahieh, il quartiere della capitale a maggioranza sciita, che ospita, tra le varie infrastrutture legate al partito, banche, scuole, ospedali, moschee e cimiteri: in uno di questi sono sepolti alcuni dei “martiri di Hezbollah”. Le altre zone della città vengono in gran parte risparmiate.

A questo si aggiunge il forte legame dei libanesi con la propria terra. «È parte fondamentale della loro identità, soprattutto per chi vive le zone del sud, già occupate da Israele e liberate soltanto nel 2000. E osservando la storia dei vicini palestinesi, molti temono che l’obiettivo finale sia l’occupazione del territorio e una pulizia etnica già in parte in atto. Restare, di fronte agli ordini di evacuazione, è per molti una forma di resistenza».

La guerra psicologica inizia a dare i propri frutti. «Nei quartieri a maggioranza cristiana, dove c’è molta chiusura e razzismo verso gli sciiti, sento spesso dire che israeliani e americani stanno facendo il lavoro sporco al posto nostro, liberando il Libano dall’influenza iraniana».

Perché Valeria Rando, che ha un passaporto italiano e la libertà di tornare in Puglia in ogni momento, sceglie di restare? «Sono sempre stata vicina alla causa palestinese, specialmente nei luoghi della diaspora, come i campi profughi del Libano. Quando mi sono trasferita qui per i miei studi in storia del Medio Oriente ho capito che la ricerca accademica non era abbastanza, così ho iniziato a scrivere su giornali locali e internazionali, cercando di capire a fondo le dinamiche di questo Paese. Tre anni sono abbastanza per rendere un luogo casa, e in Italia mi sentirei estranea: queste situazioni di crisi sono purtroppo diventate la mia normalità. Imparo molto dalle persone che con il tempo sono diventate la mia famiglia. Ho anche adottato un cane», scherza, «che è la più grande dichiarazione di permanenza che si possa fare».