«Il 97,5 % della popolazione detenuta è composta da uomini. La sproporzione è importante, ma gli obiettivi del sistema penitenziario rimangono l’ordine e la sicurezza. Ecco perché le donne trans sono collocate in istituti femminili»: Federica Delogu, giornalista italiana che collabora, tra gli altri, con Internazionale, Domani e Antigone, ne ha parlato al festival Voices, spiegando come destinare una donna transessuale a un istituto penitenziale maschile la esporrebbe a ripercussioni sulla sua incolumità, rischi di soprusi e violenze.
Ha introdotto il tema degli stereotipi di genere e della loro influenza nell’ambito detentivo, ritenuto “binario”. La realtà è molto più complessa ed eterogenea, ma la tutela delle persone è attuata con la separazione, volta a salvaguardare i soggetti da traumi e aggressioni fisiche.
I protagonisti del discorso sono le donne e gli uomini transgender: com’è organizzato il sistema italiano delle carceri in merito alla percezione personale di femminilità o mascolinità? «Di norma la collocazione avviene in base al sesso anagrafico registrato nei documenti, non all’identità di genere. Il principio di assegnazione è quello biologico», dice Delogu.
Alcuni dati: la quantità di istituti per donne presenti in Italia è esigua, solo 4 carceri femminili e circa 44 sezioni separate all’interno di istituti maschili. Questo succede perché le donne detenute sono poche: circa il 3% o 4% della popolazione carceraria italiana. «La riforma del 2018 dell’ordinamento penitenziario in Italia è stata un intervento normativo volto ad aggiornare la disciplina delle pene, con l’obiettivo di rafforzarne la funzione rieducativa. L’elemento principale del discorso è proprio la ri-socializzazione.» Il problema sorge con l’istituzione di sezioni protette, reparti destinati a detenuti che rischiano aggressioni, che però isolano indirettamente moltissime persone.
Vi vengono collocati condannati per reati sessuali, collaboratori di giustizia e soggetti particolarmente vulnerabili. «L’obiettivo è garantire l’incolumità personale, separandoli dal circuito detentivo ordinario. Come spesso accade, un individuo transgender posto in una condizione di separazione può sentirsi marginalizzato o abbandonato a sé stesso, con minori possibilità di accesso alle attività di gruppo, di studio, di spazi pubblici. Non si viene nemmeno a creare il numero minimo per formare una classe. L’istruzione passa in secondo piano».
Riempire la propria giornata, in attesa dell’uscita, è fondamentale per superare il tempo, che «in un momento molto lungo di fragilità emotiva sembra non passare mai. La radice di quegli stereotipi non viene estirpata, di fatto si finisce a separare gli individui. Ci sono tanti casi di donne lesbiche in carcere, che possono vivere la propria sessualità molto più liberamente degli uomini. Non se ne vergognano. Il problema è che spesso si confrontano con un’idea infantilizzante della loro relazione. La vita di coppia lesbica è considerata un “sopperire alla mancanza di una relazione eterosessuale”».