A Hollywood manca l’Italia

Per il critico cinematografico Gianni Canova pesa l'esclusione del nostro cinema dalle nomination agli Oscar

Alla 98ª edizione degli Oscar l’Italia non c’è stata. «Nessuna candidatura, nemmeno nelle categorie tecniche, niente di niente. Dobbiamo farci qualche domanda», commenta con tono amaro Gianni Canova, docente di cinema all’università Iulm di Milano e volto della critica cinematografica di Sky.  L’unico frammento del nostro Paese è rintracciabile tra le note di una colonna sonora. Scorrendo tra le nomination, il professore individua infatti un’eco inconfondibile della nostra migliore tradizione cinematografica nella partitura di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, composta dal musicista britannico Jonny Greenwood. «Una melodia ossessiva, fatta di sole percussioni, che omaggia La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo», pellicola del 1966 che il personaggio interpretato da Leonardo DiCaprio guarda in televisione in una scena del film. Sdraiato sul divano, con la sua vestaglia a quadri stropicciata, l’ex rivoluzionario Bob Ferguson fissa le immagini in bianco e nero della guerriglia antifrancese che scorrono sullo schermo, un riflesso sbiadito del suo passato nel gruppo radicale French 75.  All’epoca è stato Ennio Morricone a scriverne le note, affidando la tensione drammatica all’ostinazione di un unico strumento. Anche se la statuetta per la miglior colonna sonora è andata poi a Sinners, la nomination di Greenwood resta un tributo prezioso. «Se avesse vinto, mi sarebbe piaciuto considerarlo un omaggio al nostro cinema, quando era il più bello del mondo», ammette Canova.

A dominare la notte degli Oscar è stato proprio Anderson, che ha conquistato i premi per il miglior film e la miglior regia, battendo persino Ryan Coogler, che con il suo Sinners si era presentato alla serata con il record assoluto di 16 nomination, per poi chiudere con quattro statuette. «L’opera di Coogler è interessante per come racconta, con uno sguardo assolutamente nuovo, un pezzo di storia americana, per come mescola i generi e unisce modalità di racconto diverse», spiega Canova. «Ma da qui a dire che è il film che nella storia del cinema ha meritato il maggior numero di candidature, un po’ ce ne passa». La grandezza del titolo di Anderson, secondo il critico, sta nella sua capacità di mettere in scena «una fenomenologia isterica dei fallimenti dell’America contemporanea». Nel vuoto delle ideologie, popolato da fantasmi del passato, il regista californiano «corteggia il caos, ci gioca, lo stiracchia, lo rovescia e ce lo sbatte in faccia». Per Canova era il momento di ricompensare l’autore di Magnolia e Il petroliere: «È stato battuto una volta dai fratelli Coen, una volta da Guillermo del Toro, e fin lì ci stava. Una volta da Sian Heder, e lì ci stava un po’ meno», ammette sorridendo. «Questa volta se lo meritava davvero. 

Trailer di Una battaglia dopo l’altra – Paul Thomas Anderson (2025)

Spostando lo sguardo sugli interpreti, il premio al migliore attore protagonista è andato a Michael B. Jordan che in Sinners presta il suo volto ai due gemelli vampiri Smoke e Stack. Fino a poche settimane fa, il premio sembrava saldo nelle mani di Timothée Chalamet per l’interpretazione in Marty Supreme di Josh Safdie. «Ma dopo quelle sue ingenue, o forse presuntuose, affermazioni sulle forme d’arte non pop, alcuni membri dell’Academy potrebbero essersi risentiti e aver ritirato il loro appoggio». Durante un incontro pubblico organizzato dall’emittente Cnn e dalla rivista Variety, Chalamet ha infatti dichiarato di non voler lavorare nel balletto o nell’opera, ambienti in cui a suo dire si cerca ostinatamente di tenere in vita una tradizione che «non importa più a nessuno». Questo scivolone mediatico, secondo Canova, potrebbe aver riaperto la competizione. «Più che la vittoria di Michael B. Jordan, che pure affronta una complessa doppia interpretazione, mi aspettavo il sorpasso di Leonardo DiCaprio. Sarebbe stata la sua seconda statuetta a dieci anni di distanza da quella vinta per Revenant». Sull’Oscar alla migliore attrice, al contrario, il critico non aveva dubbi: «Ogni pronostico puntava dritto su Jessie Buckley», l’intensa protagonista di Hamnet, la pellicola della regista Chloé Zhao in cui l’attrice irlandese dà corpo ai tormenti di Agnes, la moglie del drammaturgo William Shakespeare. Il riconoscimento al miglior attore non protagonista è andato invece al «delirante, schizofrenico suprematista bianco» incarnato da Sean Penn nell’opera di Anderson.

Tra le opere internazionali, a vincere è stata la commedia drammatica Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier, pellicola per cui Canova tifava apertamente: «è uno dei film più belli in assoluto, forse avrebbe meritato anche qualcosa in più».  Al tempo stesso, riconosce il peso della presenza in cinquina di titoli come Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che ricostruisce attraverso registrazioni audio autentiche e ricostruzioni attoriali la morte di una bambina palestinese intrappolata a Gaza sotto il fuoco israeliano. «I bookmaker non li rilevavano tra i possibili vincitori, ma è già un segno importante che siano arrivati agli Oscar, perché è doveroso che i premi riflettano il clima cupo del mondo in cui viviamo». 

Oltre all’assenza dell’Italia, ci sono altre esclusioni che lasciano perplesso il critico. Da Father Mother Sister Brother di Jim JarmuschEddington di Ari Aster, fino al thriller A House of Dynamite di Kathryn Bigelow. L’Academy, del resto, si conferma un’istituzione cauta: «Bisogna tener conto che il maggior numero dei giurati è composto da attori anziani. Spesso i giudizi sono conservatori e vanno più nella direzione del “vecchio buon cinema di una volta” che del cinema sperimentale e innovativo».

Ma a lasciare il segno nell’immaginario di questa stagione è stata una scena capace di sovvertire ogni schema: un piano sequenza nel cuore di Sinners che in tre minuti squarcia il tessuto della realtà.

Scena da Sinners – Ryan Coogler (2025)

Siamo all’interno di una segheria riadattata a juke joint, uno dei tipici locali in cui, a inizio Novecento, la comunità afroamericana del Sud degli Stati Uniti si ritrovava per sfuggire alle rigide leggi della segregazione razziale. Il giovane Sammie – interpretato dall’esordiente Miles Caton – imbraccia la sua chitarra e intona un brano blues dedicato al padre: «So preach on, speak your words. I know the truth hurts, so I lie to you. Yes I lied to you, I love the blues» («Continua a predicare, pronuncia le tue parole, so che la verità fa male, perciò ti ho mentito. Sì, ti ho mentito, amo il blues»). All’improvviso, scivolando vorticosamente fra centinaia di corpi in movimento, la cinepresa mette in crisi le coordinate spazio-temporali: il film slitta in un istante dal registro realistico a quello delirante e sovrannaturale. Nel locale irrompono figure di epoche e culture diverse: cantastorie dell’Africa occidentale, performer hip hop, dj e spettri del futuro si ritrovano a ballare uniti da un unico, ancestrale ritmo. È questa l’immagine che più di tutte è rimasta impressa a Canova guardando le pellicole arrivate a sfidarsi alla novantottesima edizione degli Oscar.

Che sia il martellare ossessivo di Greenwood per evocare le rivolte di ieri o il blues lacerante che risuona nel juke joint di Sinners, il cinema continua a far ballare i suoi fantasmi.

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