Nel cuore di Sinners c’è un piano sequenza di tre minuti che squarcia il tessuto della realtà. Siamo all’interno di una segheria riadattata a juke joint, uno dei tipici locali in cui, a inizio Novecento, la comunità afroamericana del Sud degli Stati Uniti si ritrovava per sfuggire alle rigide leggi della segregazione razziale. Il giovane Sammie – interpretato dall’esordiente Miles Caton – imbraccia la chitarra e intona un brano blues dedicato al padre. «So preach on, speak your words. I know the truth hurts, so I lie to you. Yes I lied to you, I love the blues» («Continua a predicare, pronuncia le tue parole, so che la verità fa male, perciò ti ho mentito. Sì, ti ho mentito, amo il blues»), canta il ragazzo, confessando con la musica il proprio tormento. All’improvviso, scivolando vorticosamente fra centinaia di corpi in movimento, la cinepresa registra un’anomalia nello spazio-tempo. Il film slitta in un istante dal registro realistico a quello delirante e sovrannaturale: nel locale irrompono figure di epoche e culture diverse. Cantastorie dell’Africa occidentale, performer hip hop, dj e spettri del futuro, uniti da un unico, ancestrale ritmo. È questa l’immagine che più di tutte è rimasta impressa a Gianni Canova – professore di storia del cinema all’università Iulm di Milano e volto della critica cinematografica di Sky – guardando le pellicole arrivate a sfidarsi alla novantottesima edizione degli Oscar.
«L’opera di Ryan Coogler è molto interessante per come racconta, con uno sguardo assolutamente nuovo, un pezzo di storia americana, per come mescola i generi e unisce modalità di racconto diverse», spiega Canova. La pellicola, che vede l’attore Michael B. Jordan nel duplice ruolo dei gemelli vampiri Smoke e Stack, arriva al Dolby Theatre di Los Angeles con l’impressionante peso di sedici nomination, un record che ha frantumato i traguardi storici di colossi come Titanic, La La Land ed Eva contro Eva. Ma il professore frena gli entusiasmi: «Da qui a dire che è il film che nella storia del cinema ha meritato il maggior numero di candidature, un po’ ce ne passa. Continuo a ritenere che il lavoro più importante dell’anno sia Una battaglia dopo l’altra».
Il titolo di Paul Thomas Anderson, secondo il critico, merita la statuetta al miglior film per la sua capacità di mettere in scena «una fenomenologia isterica dei fallimenti dell’America contemporanea». Nel vuoto delle ideologie, popolato da fantasmi del passato, il regista californiano «corteggia il caos, ci gioca, lo stiracchia, lo rovescia e ce lo sbatte in faccia». Per Canova è arrivato il momento di ricompensare l’autore di Magnolia e Il petroliere: «È stato battuto una volta dai fratelli Coen, una volta da Guillermo del Toro, e fin lì ci stava. Una volta da Sian Heder, e lì ci stava un po’ meno», ammette sorridendo. «Credo che questa volta se lo meriti davvero. Potremmo arrivare a una soluzione salomonica, come accade spesso agli Oscar: miglior regia ad Anderson e miglior film a Sinners».
Spostando lo sguardo sui singoli interpreti, il verdetto appare incerto. Fino a poche settimane fa, il premio come miglior attore protagonista sembrava saldo nelle mani di Timothée Chalamet per l’interpretazione in Marty Supreme di Josh Safdie. «Ma dopo quelle sue ingenue, o forse presuntuose, affermazioni sulle forme d’arte non pop, alcuni membri dell’Academy potrebbero essersi risentiti e aver ritirato il loro appoggio». Durante un incontro pubblico organizzato dall’emittente Cnn e dalla rivista Variety, Chalamet ha infatti dichiarato di non voler lavorare nel balletto o nell’opera, ambienti in cui a suo dire si cerca ostinatamente di tenere in vita una tradizione che «non importa più a nessuno».
Questo scivolone mediatico, secondo Canova, potrebbe riaprire la competizione. «Più che la vittoria di Michael B. Jordan, che pure affronta una complessa doppia interpretazione in Sinners, mi aspetto il sorpasso di Leonardo DiCaprio» che in Una battaglia dopo l’altra presta il volto al rivoluzionario Bob Ferguson. «Sarebbe la sua seconda statuetta a dieci anni di distanza da quella vinta per Revenant». Sull’Oscar alla migliore attrice, al contrario, il critico non ha dubbi: «Ogni pronostico punta dritto su Jessie Buckley», l’intensa protagonista di Hamnet, la pellicola della regista Chloé Zhao in cui l’attrice irlandese dà corpo ai tormenti di Agnes, la moglie del drammaturgo William Shakespeare. Il riconoscimento al miglior attore non protagonista, per Canova, andrà invece al «delirante, schizofrenico suprematista bianco» incarnato da Sean Penn nell’opera di Anderson.
Tra le opere in corsa per il miglior film internazionale, il professore tifa apertamente per la commedia drammatica Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier: «Credo sia uno dei film più belli in assoluto, meriterebbe forse anche qualcosa di più». Al tempo stesso, riconosce il peso di titoli come Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi e La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che ricostruisce attraverso registrazioni audio autentiche e ricostruzioni attoriali la morte di una bambina palestinese intrappolata a Gaza sotto il fuoco israeliano. «I bookmaker non li rilevavano tra i possibili vincitori, ma è già un segno importante che siano agli Oscar, perché è doveroso che i premi riflettano il clima cupo del mondo in cui viviamo».
In questo quadro globale, a pesare è l’assenza dell’Italia. «Non c’è proprio niente, nemmeno una nomination tecnica. Dobbiamo farci qualche domanda», commenta Canova con toni amari. Un vuoto che si accompagna a esclusioni che lo lasciano perplesso, da Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch a Eddington di Ari Aster, fino al thriller A House of Dynamite di Kathryn Bigelow. L’Academy, del resto, si conferma un’istituzione cauta: «Bisogna tener conto che il maggior numero dei giurati è composto da attori anziani. Spesso i giudizi sono conservatori e vanno più nella direzione del “vecchio buon cinema di una volta” che del cinema sperimentale e innovativo».
Scorrendo tra le candidature delle categorie tecniche, Canova individua però un’eco inconfondibile della nostra migliore tradizione cinematografica. Se gran parte del pubblico celebra i suoni di Sinners, per il professore la colonna sonora più incisiva della stagione resta quella di Una battaglia dopo l’altra, composta dal musicista britannico Jonny Greenwood. «Una partitura ossessiva, fatta di sole percussioni, che omaggia La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo», pellicola del 1966 che il personaggio di DiCaprio guarda in televisione proprio in una scena del film. All’epoca è stato Ennio Morricone a curarne le musiche, affidando la tensione drammatica all’ostinazione di un unico strumento. «È l’unico frammento di Italia rimasto, e se vincesse il premio mi piacerebbe considerarlo un omaggio al nostro cinema, quando era il più bello del mondo».
La musica sembra così il linguaggio principale di questa edizione. Che sia il martellare ossessivo di Greenwood o il blues lacerante che risuona nel juke joint di Sinners, il cinema ha ripreso a far ballare i propri fantasmi.