Roma, 16 giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Shervin Haravi, avvocata e attivista italo-iraniana per i diritti umani, sblocca il telefono e mostra l’sms inviato ad una madre di una giovane ragazza iraniana che fa l’attivista in Italia. Il messaggio è dell’Ufficio del Procuratore Generale della Repubblica Islamica e recita: «I beni dei cittadini iraniani che si allineano, forniscono supporto o collaborano con il nemico sionista americano all’estero, saranno confiscati ai sensi di legge».
Altre minacce e pressioni sono arrivate attraverso il canale Telegram di Tabnak, sito legato a Mohsen Rezaei, ex comandante dei Pasdaran e figura storica dell’establishment della Repubblica Islamica. Sul canale sono stati pubblicati nomi, foto e altri dati identificativi di attivisti iraniani all’estero: una vera e propria schedatura pubblica accompagnata da minacce esplicite.
Dall’attacco del 28 febbraio, la narrazione globale si è concentrata sulla lente geopolitica. Eppure, nel mezzo, restano milioni di persone schiacciate tra un regime oppressivo e un conflitto che ne aggrava le già difficilissime condizioni di vita. «Il protagonista dovrebbe essere il popolo», spiega Haravi a Zeta Luiss. «Perché lo è stato negli ultimi decenni con le proteste represse dal regime e, in questi mesi, portando avanti una rivoluzione». Nata in Italia da genitori iraniani arrivati dopo la rivoluzione del 1979, Haravi è diventata in questi anni una delle voci più ascoltate in Italia sulla repressione in Iran.
Come sottolinea Haravi, non si è trattato di un’esplosione improvvisa: il Movimento Verde del 2009, la repressione del novembre 2019, “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Una crisi di consenso per il regime che viene da lontano. Nonostante un capitale umano di giovani straordinario – il 60% degli iraniani ha meno di 30 anni e ogni anno le università sfornano 230.000 ingegneri, di cui il 70% donne – la Repubblica Islamica ha scelto di non investire nella crescita interna, preferendo dirottare le proprie immense risorse verso il finanziamento degli armamenti e delle milizie dell’Asse della resistenza.
Ai danni diretti provocati da queste scelte si sono poi sommati quelli indiretti causati dalle sanzioni internazionali. Questo quadro ha fatto precipitare il Paese in una delle più gravi crisi socio-economiche dalla nascita della Repubblica Islamica ad oggi. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato per l’Iran un tasso d’inflazione vicino al 41,6% nel 2025: un dollaro viene scambiato per 140 mila toman. È su questo sfondo che si sono innestate le proteste scoppiate il 28 dicembre 2025.
Questa volta, però, un segnale ha colpito più degli altri: «La categoria che ha iniziato le proteste sono stati i commercianti, i bazarì», spiega Haravi. «Loro hanno sempre rappresentato la parte più vicina al clero sciita, sostenendolo anche finanziariamente. Quando scende in piazza la parte più conservatrice del Paese, significa che siamo a un punto di non ritorno».
Dal Gran Bazar di Teheran le scintille si sono diffuse rapidamente anche agli studenti universitari e ad altre parti della società, portando ad una diffusione capillare della rivolta. Quella che era nata come una protesta economica si è trasformata, in pochi giorni, in una rivoluzione che ha coinvolto più di 400 città e tutte le regioni del paese.
Nelle notti dell’8 e 9 gennaio, il regime ha scatenato una repressione brutale senza precedenti, impiegando le Guardie della Rivoluzione e assoldando mercenari stranieri, tra cui afghani, libanesi, milizie irachene e brigate pakistane. Schierati a bordo di blindati e pick-up armati di mitragliatrici, avevano l’esplicito mandato di uccidere chiunque partecipasse alle manifestazioni. Il risultato è stato il massacro di 43 mila persone nell’arco di sole due notti in tutto il Paese. A Teheran le strade odoravano di sangue».
Tutto questo è avvenuto sotto un blocco completo di internet che ha isolato l’Iran dal resto del mondo. Senza la possibilità di trasmettere immagini in tempo reale, il regime ha potuto agire indisturbato. Le prove sono arrivate dopo, attraverso i racconti di chi è sopravvissuto e le immagini strazianti dei genitori che andavano alla ricerca dei propri figli, ammassati e chiusi nei sacchi neri. È stato solo allora, quando il blocco di internet è stato aggirato, che il mondo ha potuto vedere cosa aveva fatto il regime in quelle due notti.
I giorni seguenti al massacro, «la gente, camminando per strada, si guardava senza avere il coraggio di parlare e piangeva», racconta Haravi. Questo stato di terrore, però, non ha generato sottomissione al regime, ma «un dissenso che è diventato irreversibile». In occasione del Chehelom – la tradizionale commemorazione che avviene quaranta giorni dopo la morte del proprio caro – il dolore privato delle famiglie si è trasformato, spontaneamente, in una nuova e potente ondata di mobilitazione. Molti giovani sono stati onorati dai propri familiari con balli e applausi: passi di danza sulle tombe dei figli che hanno trasformato l’addio nell’ultimo atto di resistenza. Un grido rivolto al regime: «I nostri figli non sono martiri del vostro sistema, sono giovani che amavano la vita».
Arriviamo all’attacco del 28 febbraio. «Lo shock subito dagli iraniani nelle notti dell’8 e 9 gennaio è stato tale da aver portato una parte di loro ad accettare l’intervento militare esterno pur di essere liberati», spiega Haravi. Tuttavia, questa speranza si scontra con una realtà di violenza e privazione che non risparmia nessuno. Da un lato, c’è l’orrore della violenza diretta contro i più vulnerabili, come l’uccisione delle bambine nella scuola di Minab. Dall’altro, gli attacchi ai depositi petroliferi e alle infrastrutture colpiscono duramente la vita dei civili, provocando anche gravi danni ambientali. «La guerra è diffusiva di sé», avverte Haravi citando le parole del giurista Gustavo Zagrebelsky: «È necessario operare affinché si realizzino le condizioni che impediscano lo scoppio delle guerre»,
«Gli iraniani sanno perfettamente che la priorità di Stati Uniti e Israele non è la democrazia iraniana. In questo scenario, la popolazione ha paura che la fine del conflitto bellico non porti alla pace, ma a una repressione ancora più feroce e all’impossibilità di tornare in piazza», dice Haravi. Il messaggio del regime è stato inequivocabile: il capo della polizia della Repubblica Islamica ha dichiarato apertamente alla TV nazionale che «per chiunque osi scendere in piazza, noi abbiamo il dito sul grilletto». Con il mondo distratto dalle bombe e la minaccia di un nuovo blocco totale di internet, gli iraniani temono di essere abbandonati proprio ora, nel momento in cui il regime è pronto a soffocare nel sangue ogni residua possibilità di protesta.
In questo vicolo cieco tra violenza interna e indifferenza esterna, l’unica via d’uscita non può che risiedere, ammonisce Haravi, nel rinnovamento degli organismi internazionali: «La soluzione non può e non deve essere il conflitto armato. Quello che serve è una cooperazione internazionale, anche se occorre risolvere le storture dell’ONU». Il riferimento è al progressivo svuotamento di potere di questa organizzazione internazionale in favore di altri organi come il Board of Peace. «Di fronte a crimini contro l’umanità come quelli commessi nelle notti dell’8 e 9 gennaio, c’erano tutti i presupposti per l’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite». Secondo Haravi, la comunità internazionale dovrebbe prevenire gli interventi militari attraverso un’azione coordinata delle democrazie occidentali: «Senza questi passaggi, non sarà possibile garantire gli equilibri mondiali nel rispetto del diritto internazionale».
Nonostante il sangue versato e le continue minacce da parte della Repubblica Islamica anche durante la guerra, il desiderio di libertà del popolo iraniano non si spegne. «Il processo di secolarizzazione in atto da anni nella società iraniana è inarrestabile, gli iraniani non abbandoneranno mai il desiderio di vivere in un Iran libero»