Esclusiva

Marzo 17 2026
Pablo Trincia porta la malagiustizia a teatro

È il tema al centro dell’ultimo spettacolo del giornalista, “L’uomo sbagliato”, in scena al Brancaccio di Roma il 16 marzo

Sul palco del Teatro Brancaccio di Roma ci sono solo un tavolino e dei fogli, ma la prima immagine che si impone non ha nulla a che fare con il teatro. È un fiume. Un uomo accusa, un altro viene gettato nell’acqua: se muore è colpevole, se sopravvive è innocente, e allora a essere ucciso sarà chi lo aveva accusato. Il Codice di Hammurabi, la raccolta di leggi scritte risalente alla civiltà babilonese del XVIII sec. a. C., entra in scena così, come una regola che dovrebbe appartenere a un altro tempo. Quando Pablo Trincia, giornalista e autore che negli ultimi anni ha portato il linguaggio dell’inchiesta dentro podcast e ora a teatro, comincia a raccontare, quell’immagine cambia forma. Il fiume non è più acqua: diventa una serie di errori che negli anni Novanta tra Puglia e Basilicata si intrecciano attorno a quindici omicidi di donne anziane e alle vite di chi, per quei delitti, è stato condannato. “L’uomo sbagliato”, il primo spettacolo di Trincia,  arrivato a Roma il 16 marzo e riatteso a settembre, prende corpo proprio in questo slittamento. Una storia che, invece di ricostruire soltanto I fatti, segue il momento in cui qualcuno viene trascinato via al posto di un altro.

Le immagini scorrono alle spalle di Trincia mentre la voce tiene il filo: foto delle indagini, interni delle case delle vittime, riprese dall’alto dei paesini pugliesi. Arrivano da atti giudiziari, documenti, materiali raccolti e rimessi in ordine fino a trasformare la scena in un luogo di verifica oltre che di narrazione. A tratti il giornalista si volta verso la platea, riassume, controlla che nessuno si sia perso: «Ci siete?». La domanda rimane sospesa quanto basta per far sentire il peso della storia.

Ezzedine Sebai, cittadino tunisino arrivato in Italia nel 1988, viene arrestato nel 1997 per l’omicidio della 75enne Lucia Nico a Palagianello, in provincia di Taranto. Nel 2006, dal carcere, confessa una sequenza di delitti: quindici donne uccise tra Puglia e Basilicata tra 1994 e 1997. Le sue parole si appoggiano a dettagli precisi, oggetti, stanze, dinamiche dei crimini, che trovano riscontro nei rilievi dell’epoca. Eppure, mentre la sua figura prende forma rimane ai margini del racconto.

Occupano la scena i vuoti che lascia dietro di sé: processi già conclusi, sentenze definitive, persone condannate per quegli stessi omicidi. La confessione incrina tutto, ma non basta a rimettere in discussione. Nel 2008, quando si apre un procedimento per valutare la credibilità di Sebai, le sue parole vengono ritenute attendibili solo nell’unico caso ancora irrisolto, e scartate dove una verità giudiziaria è già stata stabilita. Come se fosse la verità a doversi adattarsi alle sentenze.

Così lo spettacolo trova il suo centro. La sequenza dei delitti arretra, mentre prende spazio il funzionamento di un sistema che avanza anche quando mostra le sue crepe. «Una malagiustizia» che ha prodotto conseguenze pesantissime su vite già fragili, su uomini con problemi di tossicodipendenza e in condizioni di povertà economica e sociale utilizzati come capri espiatori.

Non è un terreno nuovo per Trincia. Il suo lavoro, partito dal reportage televisivo con il programma di Italia 1 “Le Iene” nel 2009 e arrivato ai podcast d’inchiesta (uno su tutti il primo, “Veleno”, con cui ha ricostruito il caso dei diavoli della Bassa modenese degli anni ’90), ha spesso incrociato storie reali in cui la dimensione umana si intreccia con quella giudiziaria. Qui, però, quel metodo si espone senza mediazioni: niente montaggio, niente voce fuori campo a guidare. Solo la presenza, la parola e i documenti, in un tempo condiviso con il pubblico.

Nel finale, il giornalista torna al Codice da cui tutto è partito, a un’altra regola che cambia prospettiva: il giudice che sbaglia dev’essere rimosso per sempre dal suo ruolo. Basta questo a illuminare per contrasto la storia appena attraversata, dove gli errori sono evidenti, documentati, eppure non sembrano avere un responsabile. A restare sono piuttosto le loro conseguenze: le condanne, gli anni di carcere scontati da innocenti, i risarcimenti che provano a compensare senza restituire davvero nulla. Dentro questo vuoto, il gesto che più si avvicina a un’idea di giustizia arriva da Ezzedine Sebai, che confessando rimette in circolo una verità rimasta troppo a lungo ai margini.

L’immagine iniziale torna senza bisogno di essere nominata. Il fiume non è scomparso: ha cambiato forma, scorre altrove, ma continua a trascinare con sé.