Siria, sul palco una nuova libertà

Dopo la caduta del regime di Assad, i comici siriani portano in scena battute che prima potevano costare la vita

Spettacolo dopo spettacolo, in Siria i comici sperimentano una nuova libertà sul palcoscenico. «Ricordo ancora quando il pubblico è scoppiato a ridere dopo che ho fatto una battuta sul governo. Ho parlato di Ghazi Kanaan, che era a capo dell’intelligence sotto Assad. Lo hanno trovato morto, con due pallottole nel corpo e le autorità hanno parlato di suicidio. “Ve lo immaginate?”, ho chiesto alla platea: “Devi avercela veramente tanto con te stesso per ucciderti due volte”. La verità è che è stato ucciso perché scomodo ad Assad. Nella battuta ho accentuato la bugia», Sharief Homsi, 33 anni, racconta una barzelletta che fino a poco tempo fa sarebbe stata impensabile dire in pubblico. A Damasco, dove vive, si cerca una nuova normalità da quando lo scorso anno il presidente Bashar al-Assad è stato improvvisamente cacciato dopo più di cinquant’anni di dittatura della sua famiglia. In dodici giorni, il tempo che hanno impiegato i ribelli a rovesciare il regime, è cambiato tutto. Fino a quel momento quello che si poteva o non si poteva dire era chiaro: niente battute su Assad, sulla sua famiglia o sulla politica in generale. Quel genere di comicità poteva farti finire ucciso o rinchiuso in prigione. Adesso, i limiti sono più sfumati e i comici sfruttano questa opportunità finché possono.

«La prima volta che ho fatto una battuta su Assad c’era ancora il regime. Era il 2024, durante uno spettacolo privato di fronte a una cinquantina di persone. Ho pensato di poterla dire dato che era uno show piccolo, ma tutti erano spaventati nella stanza. Gli altri comici mi hanno detto: “Non puoi dire certe cose, ci uccideranno”». Sharief ha cominciato a fare il comico durante la dittatura. Nel 2023 ha fondato il collettivo Styria con l’obiettivo di diffondere la stand-up comedy in Siria: «Abbiamo creato il gruppo per realizzare un sogno insieme: unire un paese diviso dalla guerra con le risate. Se possiamo ridere insieme, possiamo anche vivere insieme». Quel sogno con la caduta di Assad sembra più vicino.

I siriani stanno vivendo una libertà senza precedenti. Le battute politiche Sharief le conservava nel suo pc, in una cartella chiamata “Per il Libano”, convinto che potesse dirle solo all’estero. Quelle stesse battute, oggi, sono diventate il fulcro dei suoi spettacoli. Dopo tredici anni di guerra civile e più di 300 mila morti, l’8 dicembre 2024 i ribelli guidati da un gruppo islamista chiamato Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) hanno deposto la famiglia Assad, scappata in Russia. Ahmed al-Sharaa, ex membro di Al-Quaeda e leader di Hts, si è presentato come presidente ad interim, promettendo una transizione democratica. I siriani però temono che la libertà acquisita possa essere effimera: «Nel mio Paese ho imparato a sperare, ma a farlo cautamente».

Sharief ha vissuto questo cambiamento sul palco, dopo aver passato tutta la vita sotto la dittatura: «Il palcoscenico è dove mi sento libero. Quando ho potuto dire quello che non pensavo avrei mai potuto dire di fronte alla platea di casa mia è stato come trovarmi in cima a una montagna e urlare».

Sharief Homsi sul palco durante uno spettacolo ad Aleppo

La comicità per Sharief è stata una valvola di sfogo durante la repressione. Un modo per affrontare anche i momenti peggiori: «La comicità cambia come vedi il mondo. La tua mente cerca il lato comico di tutto. La risata è un’amica nelle difficoltà, mi è sempre stata d’aiuto nella vita». Nelle loro battute i comici parlano dei problemi che la società siriana affronta quotidianamente, come l’elettricità intermittente o la carenza di benzina, ma dietro si nasconde qualcosa di più. Per questo, anche le battute spaventano i regimi: «Il bello della stand-up comedy è che non è solo divertente, ma anche intelligente. Parli di qualcosa e ne intendi un’altra: a partire dalla vita quotidiana si può parlare di tutto. Racconti quello che senti e vedi per strada in maniera ironica, con la tua prospettiva».

Ma la risata è anche un atto collettivo. Per questo, appena ne hanno avuto occasione, Sharief e gli altri comici del suo gruppo hanno deciso di fare un tour in tutta la Siria: 16 città in 21 giorni, dalle regioni più liberali come Damasco a quelle più conservatrici o che prima erano sotto il controllo dell’Isis. La domanda non era solo come avrebbe reagito il nuovo governo, ma anche come avrebbero reagito le diverse anime del Paese. «Secondo me il potere della risata e della comicità è che uniscono le persone. Ridere dei problemi e dei traumi aiuta a guarire più in fretta e a farci sentire meno soli. È un processo di guarigione sia per il comico sia per il pubblico».

Dentro Styria ci sono comici che arrivano da esperienze diverse: dentisti, ingegneri, studenti. Alcuni hanno sempre vissuto in Siria, mentre altri sono appena tornati dopo più di dieci anni in fuga dalla guerra: «Ci sentiamo sconosciuti rispetto a chi ha vissuto in esilio. Abbiamo dei punti in comune ma loro hanno una storia diversa: parlano della loro sofferenza e di quanto sono stati soli. È questo il bello della comicità: poter ridere della propria tristezza».

Alcune parti della Siria sono ancora violente. A luglio Sharief ha dovuto cancellare uno spettacolo a Suwayda, città a maggioranza drusa nel sud del Paese, a causa dei massacri nella regione. Centinaia di persone sono state uccise in quei giorni. Altre aree, invece, sono conservatrici. Ad Hama, nella Siria centrale, le autorità locali hanno cancellato lo show da tutto esaurito di Styria con un pretesto.

«Abbiamo nuove paure. Prima avevamo paura di Bashar, adesso abbiamo paura l’uno dell’altro. È come se la paura fosse dentro di noi. Siamo stati oppressi e spaventati per più di 50 anni. Quello che dicevi in strada poteva farti sparire. Adesso mi sembra che abbiamo più spazio, ma stiamo ancora testando cosa si può dire e cosa no. Cerchiamo di vivere questa nuova libertà, ma ci vorrà tempo per superare quello che è successo», dice Sharief. La repressione del regime è diventata endemica: «Alcune persone non riescono a ridere di battute politiche. Hanno ancora paura».

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