Nel cuore di Roma, il suono morbido di una Bossa Nova filtra attraverso una fessura nella pesante porta di vetro del Riserva bar, riversandosi nelle strette strade acciottolate del centro. Un martedì sera, il collettivo Roma de Janeiro è al lavoro. Unendo la musicalità italiana e brasiliana, adattano lo spirito di Rio per il pubblico locale, trasformando un tipico angolo romano in un santuario temporaneo di saudade e sincope.
Una malinconia agrodolce per qualcosa o qualcuno assente, perduto o destinato a non tornare mai più, la Saudade è un pilastro dell’identità brasiliana, in particolare nella Bossa Nova e nel Samba. Non sorprende quindi che Roma de Janeiro sia stato fondato durante la pandemia di COVID-19 da un gruppo di musicisti italiani, in un periodo in cui le misure di distanziamento sociale spingevano le persone a desiderare un passato più semplice e familiare.
Aldo Verducci, il cantante principale del gruppo, racconta di essere sempre stato appassionato di musica di culture diverse, affascinato dalla musica irlandese dopo aver vissuto a Dublino. «Poi è arrivato il Brasile con i suoi ritmi diversi e le sue armonie complesse», dice, «e poco a poco ho cominciato a capire i testi, che sono incredibilmente popolari e poetici.» Tutti i membri del gruppo condividono questa connessione — ognuno ha trovato la propria strada verso il Brasile, attraverso i viaggi o la musica.

Nel corso degli anni, il collettivo ha sviluppato un repertorio vastissimo che riflette il ricco patrimonio della cultura brasiliana, includendo canzoni di generi diversi e provenienti da regioni diverse. Aldo spiega che «se qualcuno viene dal nordest e preferisce il forró, andiamo in quella direzione; se qualcuno è di San Paolo, ci adattiamo.»
Il gruppo, composto da quattro musicisti, deve adattarsi anche all’ambiente fisico di ogni esibizione. Ogni spazio possiede un profilo acustico unico, dando luogo a una “migrazione sonora” in cui i ritmi ampi e ariosi del Brasile vengono compressi e affinati dalla densa architettura storica di Roma. Per gestire questa tensione, il gruppo ha investito in un mixer digitale e in monitor auricolari per migliorare sia il modo in cui si ascoltano tra loro, sia come vengono percepiti dal pubblico.
«C’è un senso di serenità ed equilibrio tra le percussioni e la bella pronuncia del portoghese brasiliano», ha osservato Giulia Rinaldi, che ha assistito al concerto seduta al bar. «La musica brasiliana mi trasmette una bella filosofia: forse le cose nella vita non sono perfette, ma siamo qui, vivi, e ne godremo.»
Brasile e Italia condividono più di un semplice amore per il ritmo; una lunga affinità culturale tra i due Paesi ha reso la musica brasiliana perfettamente a suo agio nelle orecchie romane. Pur eseguendo celebri canzoni pop brasiliane, come Mas Que Nada di Sérgio Mendes o Amiga da Minha Mulher di Seu Jorge, il gruppo ha sperimentato una fusione di generi diversi per rispondere meglio ai gusti del pubblico italiano.
«Studiando a fondo la musica brasiliana, ci siamo resi conto che alcune canzoni e alcuni ritmi della musica popolare italiana possono essere adattati», spiega Aldo. Roma de Janeiro rafforza ulteriormente la migrazione sonora verso l’Italia fondendo la propria cultura nativa per renderla più accessibile. Aldo aggiunge che «si tratta più di portare l’influenza brasiliana nel nostro contesto», con la loro scintilla creativa che li ha portati a registrare il brano «Quella che pensa la gente» nel dialetto romano e a reinterpretare canzoni dei celebri cantautori italiani Fabrizio De André e Pino Daniele con ritmi Samba.
Per Roma de Janeiro, il successo non si misura in termini di pubblico o scalette. «La soddisfazione più grande», dice Aldo, «è quando riesci a fare un concerto o un circolo di samba senza essere costretto a suonare canzoni pop per attirare la gente.» In una città costruita su secoli di cultura presa in prestito e reinventata, forse è proprio questo il punto — la Saudade non si dissolve quando attraversa un oceano o riecheggia sul travertino. Trova semplicemente una nuova casa.








